Il fallito assalto all'Italia di De Gaulle

Esce in libreria domani «Soldati e spie», sottotitolo «1945: la guerra finisce. I vincitori si spartiscono il mondo. De Gaulle vuole un pezzo d'Italia» (ed. Cairo) del nostro collaboratore Gino Nebiolo, in cui si rievoca un episodio sconosciuto o dimenticato della nostra storia recente. Sospinto dal desiderio di vendicarsi del «colpo di pugnale nella schiena» vibrato da Mussolini ad una Francia agonizzante, ormai battuta dalle armate tedesche, approfittando della vittoriosa avanzata degli Alleati in Europa il generale De Gaulle decide l'invasione della Valle d'Aosta, di vaste porzioni del Piemonte e della Liguria. Fa muovere un esercito che si sbarazza delle ultime difese naziste sulle Alpi e scendono in Italia. De Gaulle è deciso ad annettersi quei territori e lo farebbe se gli Angloamericani, nelle persone del presidente Truman e del premier britannico Churchill, non glielo impedissero con la minaccia di fermarlo anche con i carri armati ed i cannoni. Il generale deve rassegnarsi e richiamare le sue truppe. L'episodio è pressochè inedito. Gli storici non vi hanno mai dedicato molta attenzione, tranne qualche saggio e qualche articolo di giornale. Nebiolo ha consultato gli archivi francesi: da quello Nazionale a quelli della Difesa e degli Esteri per ricavarne un libro a tratti avvincente come un romanzo di avventura nell'alta politica mondiale. Ecco, per gentile concessione dell’editore, un estratto del capitolo dedicato alla fase critica della vicenda.

Brutto maggio per De Gaulle, quello del 1945. Anzi, brutto aprile, brutto maggio e brutto giugno: pessimi mesi se non tra i peggiori della sua carriera politica. Incominciamo da aprile e limitiamoci ai territori italiani delle Alpi occidentali lasciando per ora da parte altre regioni del mondo, dove de Gaulle vive anche là momenti difficili.
Il ministro degli Esteri De Gasperi scrive al capo dell'amministrazione alleata in Italia, ammiraglio Stone, sulle manovre al confine tra i due Paesi. Condanna l'occupazione dell'esercito francese di parti dell'Italia del Nord e denuncia tentativi di istigazione per annettersi la Valle d'Aosta. Trova terreno facile: tanto più che le unità del Détachementd'Arméedes Alpes hanno preso posizione ben oltre i 20 chilometri fissati all'inizio dell'offensiva: incluse le altre parti delle Alpi e la Riviera ligure occupano infatti una zona venti volte più grande di quella concessa inizialmente.
A Londra il premier Winston Churchill la vede come De Gasperi e ingiunge al maresciallo Alexander, comandante dell'area mediterranea, di far ritirare i soldati francesi da tutte le zone occupate. Alexander comunica a De Gaulle che «l'occupazione è contraria alla politica alleata, disturba le operazioni di disarmo dei partigiani e frena la pacificazione nell'Italia del Nord: si deve anche considerare che l'atteggiamento francese può modificare le disposizioni benevole degli Alleati verso la Francia». Il tono è minaccioso e costringe de Gaulle a rispondere che «la decisione di far evacuare le mie truppe risponde a puri criteri politici e perciò la porterò all'esame dei governi di Londra e Washington». Il Général pensa forse che quella del ritiro sia una iniziativa di Alexander e ventila la minaccia di «gravi incidenti che potrebbero prodursi se una simile imposizione fosse eseguita». Deve essere veramente adirato se aggiunge: «Qualora gli Alleati passassero all'azione, noi dovremo impedirlo con tutti i mezzi». Tutti i mezzi: anche con le armi.
I rapporti tra francesi e anglo-americani sono ulteriormente compromessi. Una colonna di mezzi blindati americani si muove frattanto tra Aosta e Pré-Saint-Didier verso il confine italo-francese. Altre blindo americane si schierano ad Aosta in assetto di battaglia, con i cannoni alzo zero. Per una manciata di ore Alexander ritiene inevitabile il ricorso alla forza. Benché la situazione sul terreno sia sempre più pericolosa, De Gaulle non fa nulla per calmare gli animi e continua a tempestare di ordini i suoi ufficiali: resistere, tenere testa agli Alleati, non cedere in alcun modo.
Mentre ad Aosta il numero degli effettivi americani ha ormai soverchiato quello dei francesi, a Cuneo il colonnello Marshall che ha il compito di amministrare il Piemonte e si è recato in città per aprire gli uffici del suo Comando, trova strade e piazze occupate dalle camionette della Legione Straniera e da pattuglie della Prima Divisione France Libre. Intima al loro comandante di abbandonare la città e ritornare in Francia come vogliono le disposizioni del Comando Supremo. I soldati lo circondano minacciandolo con le mitragliette (americane) e lo costringono a partire. Poi fanno chiudere le banche e distribuiscono franchi in sostituzione delle lire. La reazione alleata è istantanea: giungono i carri armati, anche lì si sfiora un conflitto a fuoco (...).
Il premier britannico Churchill mette subito al corrente Harry Truman, da tre settimane presidente degli Stati Uniti dopo la morte per emorragia cerebrale di Franklin Delano Roosevelt. E se Roosevelt nutriva poca stima e alcuna simpatia per De Gaulle, il suo successore gli dimostrerà sentimenti ancora meno amichevoli. È furente con il Général e all'ambasciatore francese Bonnet, che si è fatto ricevere alla Casa Bianca, grida che quella del presidente di France libre è una violazione dei patti che legano i membri di una forza militare integrata e minaccia di convocare una conferenza stampa per dire tutto ciò che pensa del grave problema che gli è piombato addosso. Ai giornalisti annuncerebbe che mentre la politica dell'America è di regolare i conflitti con i mezzi legali in consonanza con i principi delle Nazioni Unite, la Francia «cerca di ottenere degli ampliamenti territoriali con l'impiego della forza» (...).
Si giunge all'ultimatum di Truman: «Fintanto che la minaccia del governo francese è sospesa sulla testa dei soldati americani io debbo impartire l'ordine che nessuna consegna di armi o di munizioni avvenga alle truppe francesi». Niente forniture belliche, dunque, che rischiano di essere usate contro i suoi soldati. Mette subito in pratica la minaccia: il 7 giugno decreta un embargo totale sulle consegne all'esercito di De Gaulle, tranne le razioni alimentari e un minimo di carburante.
De Gaulle è con le spalle al muro e deve cedere. In pochi giorni le sue truppe si ritirano sul vecchio confine alpino e non si muoveranno più.

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