La storia raccontata da grandi romanzieri

Ha 81 anni ma scrive come un ventenne. Parliamo di Folco Quilici, documentarista, regista, scrittore. Da anni i suoi reportage sulla natura e su mondi lontani e sconosciuti, insieme ai suoi libri, sono apprezzati e premiati. Ora però si è cimentato con un libro storico-politico sui cosacchi che combatterono a fianco dei tedeschi e dei fascisti, contro i partigiani. Per la verità questi soldati si lamentavano con i tedeschi perché non li avevano mandati a combattere contro i sovietici, che odiavano profondamente. Li accusavano di avere massacrato migliaia di cosacchi con le loro famiglie. Quilici, che da ragazzo aveva conosciuto alcuni giovani cosacchi, racconta ne La dogana del vento (Mondadori) la vicenda di migliaia di combattenti russi in Italia: una pagina di storia poco nota della seconda guerra mondiale. Si trattava di ben 20 mila combattenti (con le loro famiglie e cavalli maestosi) che, alla fine della guerra, cercarono un accordo con gli alleati anglo-americani per salvare la vita ma, dopo la Conferenza di Yalta, furono rimpatriati con raggiri e con la forza, in Urss, dove finirono davanti ai plotoni d'esecuzione o spediti nei gulag siberiani. Anche in Italia diverse centinaia vennero massacrati dagli inglesi, dai partigiani o, c'è chi afferma, dagli stessi repubblichini in fuga. In un piccolo cimitero di montagna l'autore riesce a ritrovare i resti di un centinaio di soldati cosacchi, definiti per ignoranza o sfregio, «mongoli». È un romanzo affascinante, ricco di sorprese. Quilici mi guarda stupito, con i suoi occhi da adolescente e mi risponde: «Certo, è un libro scritto da un ottantenne con gli occhi di un ragazzo di venti anni, cioè l'età che avevo a quei tempi. Ho aspettato 60 anni per scriverlo; ora finalmente mi sono tolto un macigno che avevo addosso, perché questa storia viene finalmente conosciuta». Grazie, Folco, per questo racconto emozionante, per questa nuova testimonianza di verità storica.
Occupiamoci ora di una giovane, ma già affermata scrittrice americana, Nicole Krauss, che con La grande casa (Guanda), racconta vicende storiche importanti: dalla Shoah, alla persecuzione ebraica a Budapest, agli orrori nel Cile di Pinochet. Il pretesto è rappresentato da una grande scrivania, con 19 cassetti, di cui uno che non era stato possibile aprire, rimasta in eredità a una scrittrice. Forse è la stessa scrivania che un antiquario di Gerusalemme ricerca da 60 anni per ricostruire lo studio di suo padre, saccheggiato dai nazisti a Budapest in una notte del 1944. Un libro di grandi suggestioni che abbraccia più di un secolo di storia, dalla Shoah ai giorni nostri. La giovane scrittrice (segnalata dal New Yorker tra i 20 migliori scrittori italiani under 40) riesce a trasmettere tensioni fortissime attraverso il simbolo di quella scrivania, che rappresenta valori, sentimenti, dolori, ricordi, rimpianti, il peso opprimente di tutto ciò che non riusciamo a trasmettere alle persone che amiamo.
Parliamo ora della storia di un esule a New York come ce la racconta Norman Manea in Il rifugio magico (il Saggiatore). L'autore è stato internato a cinque anni in un lager ucraino, ha trascorso la sua giovinezza nella Romania di Ceausescu. Oggi insegna in una università americana. Anche il protagonista del suo romanzo, Augustin Gora, è un professore rumeno esule, costretto a confrontarsi con la sua ex moglie e del compagno Peter Gaspar, figlio di ebrei comunisti sopravvissuti ad Auschwitz. Dai ricordi riemergono le dolorose esperienze vissute in patria, prima col nazismo e poi col comunismo. Flash terribili che spingono Gora a ritirarsi tra i suoi libri, il suo «rifugio magico». Lo scrittore, con questo libro, riprende i temi a lui cari perché fanno parte della sua vita passata: la Shoah, la dittatura comunista, l'esilio, sollecitando una meditazione profonda sulla solitudine, la sofferenza e la morte. Un libro che fa riflettere intensamente sulla condizione umana, ma anche sul valore della scrittura e della letteratura.
C'è poi uno straordinario romanzo di un grande scrittore, Aleksandar Tisma (Kapò, Zandonai), che racconta la storia di tanti ebrei che, per sopravvivere nei lager, divennero carnefici: «Affrettarono la morte degli altri, per rallentare la propria». Tisma è morto nel 2003 ed è stato tra i più autorevoli scrittori della ex Jugoslavia. Originario della Vojvodina (regione mosaico di culture e identità diverse) scampò allo sterminio degli ebrei di Novi Sad, ambientò nella complessa realtà del dopoguerra tutti i suoi romanzi, molto apprezzati dalla critica. In Kapò racconta la storia di un ebreo battezzato e assimilato, che cambia identità per non farsi riconoscere dopo la guerra, dalle sue vittime. Di una donna, in particolare, ricerca ossessivamente il perdono. Della letteratura dei lager è uno dei documenti che più sanno scuotere le coscienze: ferisce, viviseziona, scuote le certezze e ci tiene sempre vigili per sconfiggere l'oblio dell'orrore.

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