Stragi del ’93, le verità di Brusca

Il collaboratore di giustizia ha parlato a Firenze deponendo come teste. "L'allora ministro Nicola Mancino era il 'committente finale' del 'Papello', ma la trattativa Stato-mafia si arenò"

FIRENZE. L'allora ministro Nicola Mancino era il "committente finale" del 'Papello', ma la trattativa Stato-mafia si arenò. Così, a stragi ormai avviate, i boss contattarono Marcello Dell'Utri per arrivare al futuro premier Silvio Berlusconi. Il messaggio da 'recapitare' era una sorta di ultimatum: facciamo un patto o ci saranno nuove bombe. Il pentito Giovanni Brusca ha raccontato la sua versione degli anni 1992-1994, quelli delle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e delle autobombe di Milano, Roma e Firenze.
"Siamo alla follia - è il ragionamento del premier sulle dichiarazioni di Brusca - Ci accusano di cose quando noi politicamente non esistevamo, io non ero nemmeno sceso in politica". Davanti alla corte d'assise di Firenze che giudica il boss Francesco Tagliavia per le stragi mafiose del 1993, oggi Brusca ha parlato di nuovo di Mancino. Lo aveva fatto a febbraio, con i pm di Palermo. Per quelle dichiarazioni, il senatore aveva annunciato una denuncia per calunnia. Oggi Brusca, per la prima volta in un pubblico dibattimento, ha ribadito che, parlando del "committente finale" del 'Papello', Salvatore Riina gli fece il nome di Mancino. Era il 1992, ha spiegato Brusca, dopo la strage di Falcone ma prima di quella di Borsellino. Riina gli disse: i politici "si sono fatti sotto".
Non solo, secondo Brusca, il boss gli disse pure "che si erano fatti avanti anche Dell'Utri e Ciancimino, che gli volevano portare la Lega e un altro soggetto". Secondo Brusca, nel 1992 la mafia aveva fra i referenti "Salvo Lima a livello locale" e "Giulio Andreotti a livello nazionale", ma loro non avevano garantito la revisione del maxiprocesso, così i boss iniziarono a cercare altre sponde politiche. Dopo l'uccisione di Borsellino, però, Riina gli disse che si erano interrotti tutti i contatti avviati sulla base del 'Papello': quindi, le nuove stragi dovevano servire "a far tornare lo Stato o chi per esso a trattare". Ecco che, ha raccontato Brusca, a fine 1993 o inizio 1994 "con Bagarella ho un contatto con Dell'Utri, attraverso Vittorio Mangano", lo stalliere di Arcore, per avere modo di "arrivare" a Silvio Berlusconi, "che si apprestava a diventare premier".
A Dell'Utri fu detto che il governo di centrosinistra (con Mancino) "sapeva" della trattativa ma che "Mancino non c'era più". "Mandai Mangano a Milano - ha aggiunto Brusca - ad avvertire Dell'Utri e, attraverso lui, Berlusconi, che senza revisione del maxiprocesso e del 41 bis le stragi sarebbero continuate". Mangano tornò dicendo che "dell'Utri si era messo a disposizione", in cambio di voti. Poi, con l'arresto di Mangano, ci fu una battuta d'arresto.
Secondo il pentito, uno degli ultimi attentati, quello fallito all'Olimpico contro i carabinieri, fu "una vendetta per chi non aveva mantenuto le promesse" - il generale dei ros Mario Mori, accusato di aver condotto la trattativa - e un messaggio: "Chiudiamo con il vecchio e apriamo il nuovo". Quindi, Berlusconi e Dell'Utri con i mandanti delle stragi "non c'entrano niente", ha detto Brusca: vennero avvicinati dopo. Dura la reazione di Mancino alle dichiarazioni di Brusca sul suo ruolo nella trattativa: sono "una vendetta contro chi ha combattuto la mafia con leggi che hanno consentito di concludere il maxiprocesso e di perfezionare e rendere più severa la legislazione di contrasto alla criminalità organizzata". Walter Veltroni (Pd) ha invece chiesto che la commissione Antimafia senta Berlusconi. "E' urgente e necessario - ha spiegato - capire se Berlusconi è stato contattato" da chi "con quali richieste e in quali circostanze".

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