In Libia meglio la diplomazia

Forse era necessario, forse non si può fare a meno di sottrarsi agli impegni quando si fa parte di una organizzazione internazionale, come la Nato, forse i bombardamenti "mirati" (come vengono definiti dal governo) serviranno ad accelerare la" via delle feluche", cioè l'apertura di negoziati tra Tripoli e Bengasi. Tutto questo è possibile, ma l'amaro in bocca ci rimane lo stesso. Non abbiamo mai creduto che le bombe e i missili possano salvaguardare la popolazione civile e tanto meno che possano servire per arrivare alla pace.
Non a caso persino Emergency, l'organizzazione di Gino Strada abituata a operare nelle zone di guerra, ha deciso di trasferire a Malta tutte le attrezzature sanitarie abbandonando Misurata. Non è confrontabile l'escalation militare in Libia, come certi commentatori hanno fatto, con l'Iraq di Saddam Hussein. Il tiranno di Bagdad perseguitava, impiccava tutti gli oppositori, persino parenti vicini a lui, gasava interi villaggi curdi e non si fermava davanti a niente per sterminare i dissidenti.
Non solo, ma circolavano documenti che attestavano l'esistenza di "armi di distruzione di massa",che potevano provocare milioni di vittime. Poi , come sappiamo, gli angloamericani non riuscirono a trovare quelle armi chimiche.
In ogni caso la guerra in Iraq non è confrontabile con quella libica, dove il dittatore Gheddafi non ha compiuto efferatezza paragonabili a quelli di Saddam. Ormai molte notizie "sparate" dai media (soprattutto francesi) per giustificare l'attacco aereo anglo-francese, dopo qualche ora dalla risoluzione Onu 1973, si sono rivelate una "bufala": nessun massacro di massa è stato documentato, anche perché le fosse fotografate sulla spiaggia, erano tombe singole, destinate ad accogliere le vittime dei naufragi di natanti diretti verso l'Italia. Non vi sono stati bombardamenti aerei sulle popolazioni civili,come è stato denunciato, ma solo sugli obiettivi militari dei ribelli. Tanti luoghi comuni, quindi, e molte bugie, anche se certo il colonnello-dittatore ha le sue responsabilità, che rimangono gravi, se non altro per avere privato il suo popolo della libertà e della democrazia.
Ma tutto questo non giustifica il "napoleonismo" di Sarkozy, in cerca di un'egemonia africana, anche per far colpo in vista delle elezioni del prossimo anno. E quasi certamente i francesi -insieme agli inglesi - si sono convinti di trovare un'altra via del petrolio a portata di mano. È curioso però che la Gran Bretagna,che pure rappresenta gli interessi di Obama in Europa (che si è abilmente sfilato dalle iniziative militari), non abbia riconosciuto il Consiglio nazionale provvisorio di Bengasi. L'Italia, invece, anche se tardivamente, ha deciso per il "sì". Forse, uscendo dall'incertezza ed equidistanza, ritiene in questo modo di tutelare meglio gli interessi nazionali, a cominciare dall'approvvigionamento di petrolio e gas (Eni) e dei contratti delle altre aziende italiane che operano in Cirenaica.
Siamo nella categoria dei "forse", perché a molte domande è ancora difficile rispondere. Ma due interrogativi sovrastano sugli altri: e se il colonnello riuscisse a mantenere il potere nonostante i bombardamenti Nato? E se la Russia (che già lo ha minacciato) e la stessa Cina entrassero in campo per sostenere il legittimo governo di Tripoli? Avremmo un altro Vietnam alle porte di casa. E allora perché, Paesi come l'Italia, la Germania e la stessa Turchia, non si impegnano di più nella ricerca di un negoziato, anche cercando di esercitare ogni pressione per portare i ribelli a un tavolo di trattative con Tripoli?

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