L'Italia resta senza politica energetica

Verdi e opposizioni esultano. Sembra quasi che vogliano farsi merito dell'incidente di Fukushima che ha seppellito il nucleare italiano. Un po' macabro. Opportunismi e prudenze politiche che ben si spiegano con la consultazione elettorale alle porte. Tatticismi di cui anche il governo è rimasto vittima. Nessun interrogativo serio, invece, sul futuro. Sui costi dell'abbandono dell'atomo. Sulla perdita di competitività del sistema economico. Governo e opposizione preoccupati più delle amministrative del mese prossimo che del destino industriale del Paese. Dibattito scientifico? Rigore programmatico? Parole al vento. L'Italia resta senza politica energetica. Ancora una volta sotto la spinta di un incidente. Venticinque anni fa Chernobyl. Adesso Fukushima. Lo stop alla fissione arriva sull'onda delle emozioni, del sentimento popolare, di antiche paure generate dal fatto che, purtroppo, l'esordio dell' atomo  sulla scena dell'umanità è legato alle bombe su Hiroshima e Nagasaki. Un fantasma che ha attraversato le ultime legislature (di destra, ma anche di sinistra) senza saper trasmettere né una rotta, né un obiettivo comprensibile, né un quadro di regole coerenti. Gli oppositori al nucleare non hanno nessuna seria alternativa all' atomo . Discutono, senza costrutto, di eolico e fotovoltaico. In quindici anni, secondo i dati del ministero, sono stati spesi 30 miliardi per incentivare la produzione di elettricità dal sole e dal vento. Una cifra spaventosa. Sarebbe stata sufficiente a costruire tre o quattro centrali nucleari. Avrebbero dato un bel taglio alla bolletta energetica. Avrebbero liberato risorse per investimenti e sviluppo. Invece sono stati gettati al vento (e non è un gioco di parole). Coprono appena il 2% dei consumi nazionali. Purtroppo quando si parla di energia è sempre così. Molta approssimazione e poco rigore. Molte parole, tanta ideologia, immenso populismo. Mai niente di serio. Sì ai nuovi gasdotti e ai rigassificatori, ma senza vere corsie preferenziali per le autorizzazioni. Mai il coraggio di cogliere la formidabile opportunità di regalare all'Italia il profittevole ruolo di snodo metanifero per l'intero continente. Quasi che parlare di energia fosse sconveniente. Come mettersi in pubblico le mani nel naso. Sì alle rinnovabili, ma con elargizioni a pioggia senza alcun discrimine né tecnologico né legato a una corretta pianificazione per bloccare la speculazione finanziaria. Solo ora si tenta di correre ai ripari. Via libera al «rinascimento» nucleare, ma con il sistematico mancato rispetto sia della tempistica che delle priorità promesse. Due anni di ritardo per la nascita dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, che ad oggi è ancora senza una sede. Neanche l'ombra di una soluzione (e neanche un orientamento) per risolvere il problema delle scorie atomiche. Non solo quelle future, ma perfino quelle vecchie che vagano nei siti delle nostre centrali chiuse 25 anni fa. E che dire del mega-piano che da anni vaga nelle intenzioni senza prendere alcuna forma. Doveva indicare una strategia coerente nel mix tra  atomo , energie verdi, efficienza energetica, ammodernamento delle reti e relative misure di politica economica e industriale. «Arriverà con una conferenza nazionale entro il 2011» promettono quest'anno (come l'anno scorso, quello prima, quello prima ancora) i nostri governanti. Nel frattempo, per favore, spegnete la luce. Per il momento il risparmio è l'unica politica energetica di dispone il Paese. Si può prendere atto, adesso, con qualche sollievo, che il ministro considera la decisione di ieri del Parlamento non una rinuncia al nucleare ma un rinvio. Per far decantare le paure suscitate da Fukushima. Per approfondire meglio e di più i problemi della sicurezza. Per definire una politica energetica con gli altri europei. Speriamo bene. Perché non possiamo continuare a vivere dentro un paradosso beffardo. Nessun governo europeo ha deciso la rinuncia al nucleare. L'Italia è accerchiata da centrali. Siamo esposti quanto loro ai rischi. Ma non siamo partecipi dei loro vantaggi. Anzi, le nostre imprese pagano il costo delle maggiori tariffe d'Europa di energia elettrica e il nostro paese ha uno dei tassi di crescita più bassi. Si deve continuare così?

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