La riscossa di Obama

Barack Obama alla riscossa. Se l'aspettavano in pochi, anche se non era alla lunga pensabile che un presidente degli Stati Uniti rimanesse passivo di fronte alla "guerra totale" che conducono contro di lui i repubblicani, un po' in tutti i campi ma soprattutto sul tema cruciale dell'economia e per di più alla vigilia, ormai, dell'apertura della campagna elettorale per la Casa Bianca. Che si presenta tutt'altro che facile, per varie ragioni, anche oggettive, ma soprattutto per l'impressione che Obama ha dato nella prima metà abbondante del suo mandato, di debolezza, timidezza, remissività, incertezza.
Il contrario, insomma, di quella leadership che è la prima cosa che gli americani pretendono da un loro presidente, disposti se lui ce l'ha a perdonargli molto, quasi tutto ma severi quando si trovano di fronte a qualcuno che dà l'impressione di mancare proprio di questo dono essenziale.
L'ultima raffica di critiche è fresca di poche ore, da quando il Congresso è scampato a una incombente paralisi costituzionale e ne è uscito, ancora una volta, con un compromesso che all'opposizione repubblicana dà quasi tutto e ai democratici e soprattutto a Obama quasi nulla. L'accordo raggiunto in extremis sul bilancio preventivo è solo l'ultimo episodio: dalla furiosa mischia durata settimane è emerso un "documento" (che il Congresso deve peraltro ancora ratificare) che contiene quasi tutte le richieste del Gop, del Tea-party e in generale dei conservatori più "ideologi". Ancora una volta vincente è apparsa la loro tattica preferita: prendere una posizione estrema e difenderla con tutte le forze, mettendo così la controparte di fronte alla scelta fra arrendersi di colpo oppure a tappe.
Di fronte alla necessità innegabile di porre un freno all'allucinante indebitamento delle finanze federali, i repubblicani avevano chiesto tagli alle spese federali per 32 miliardi di dollari e alla fine delle trattative ne hanno portati a casa 38 miliardi, tutto il calo della spesa pubblica e nessun aumento di tasse, trasformando anzi in permanenti gli sgravi fiscali disposti provvisoriamente dal presidente repubblicano George W. Bush, suscitando così l'indignazione dei democratici più "liberali", manifestata perfino in una dimostrazione nella capitale che ha portato all'arresto del sindaco di Washington. Obama disse poco o nulla, anzi parlò per lodare la patriottica disponibilità al compromesso di entrambi i partiti.
Poi si è svegliato con una specie di ruggito. Con un discorso televisivo in cui propone un suo piano alternativo per il risanamento delle finanze, di dimensioni estremamente ambiziose e con una impostazione quasi completamente opposta. L'obiettivo è di ridurre il deficit federale di 4 trilioni di dollari (i repubblicani volevano cinque trilioni) nei prossimi dodici anni in un "pacchetto" che distribuisce però questi oneri in una maniera molto diversa. «Soltanto» due trilioni di riduzione della spesa pubblica (che includa però un sostanziale taglio al bilancio militare che per i repubblicani è tabù), un trilione da risparmiare sugli interessi del debito così ridotto e infine un aumento fiscale di un trilione di dollari, quasi tutti mediante l'eliminazione di deduzioni e prevalentemente a spese delle fasce di reddito più alto, non l'1 ma il 2 per cento dei contribuenti.
Una motivazione tutta sui toni di una controffensiva campale: «C'è chi dice che non dovremmo aumentare le tasse neppure di un dollaro e neppure sugli americani più ricchi. Per qualcuno è un articolo di fede. Io invece ricordo che il carico fiscale dei più ricchi è al livello più leggero in mezzo secolo. I più fortunati fra noi (e Obama ci si è messo in mezzo) possono permettersi di pagare un po' di più. Io non ho bisogno che mi diminuiscano ancora le tasse e non ne ha bisogno neppure Warren Buffett» (considerato l'uomo più ricco d'America e sostenitore di un aumentato carico fiscale per quelli come lui.
Una controffensiva, come si vede, molto energica e ambiziosa, il cui successo è tutt'altro che garantito data la composizione attuale del Congresso (soprattutto alla Camera) e l'umore combattivo dei repubblicani. Obama, è vero, gli ha teso la mano, rifacendosi alle scelte e hai successi, di due inquilini repubblicani della Casa Bianca, Ronald Reagan e George Bush sr. Le prime reazioni sono francamente ostili ma esprimono soprattutto sorpresa per la sostanza del progetto obamiano, per il suo timing e per il suo ruggito. Da leone risvegliato, oppure semplicemente da candidato che si sente in pericolo.

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