Immigrazione ed effetti di una tempesta di sabbia

È molto difficile, quasi impossibile, trovare obiezioni allo "scatto di nervi" che, sia pure nei faticati confini del linguaggio diplomatico, è emerso dai commenti dei due leader più rappresentativi della politica e dello Stato italiani. Non sempre concordi, Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi hanno espresso un sentimento condiviso non solo fra loro ma anche con la grande maggioranza dell'opinione pubblica, almeno quella che si sforza ancora di capirci qualcosa nella baraonda militar-diplomatica suscitata dagli eventi in Libia. Il capo dello Stato ha ammonito che prima o poi l'Europa deve decidersi e muoversi, evitando meschinità nazionali e illusioni di autosufficienza, perché quello dell'immigrazione è un problema europeo che scaturisce da una situazione di guerra. Lo ha detto dopo un colloquio con il presidente tedesco, ma non è né solo né principalmente alla Germania che egli evidentemente si riferiva. Il presidente del Consiglio è stato ancor più esplicito: "L'Europa o è una cosa concreta o sarà meglio dividerci". Se lo è lasciato scappare nel mezzo di defatiganti trattative fra Italia e Francia a conclusione delle quali c'è forse ancor più confusione di prima. Un accordo è stato raggiunto ma solo su un piano che si potrebbe definire "militare": il comune pattugliamento della costa tunisina per cercare di bloccare l'afflusso degli immigranti "senza documenti".
Parigi però dice che non accetterà i documenti temporanei rilasciati dall'Italia ai rifugiati. Potranno entrare in Francia solo se avranno i documenti in regola e dimostreranno di essere finanziariamente autosufficienti. Non è proprio la condizione più frequente in cui si trova chi ha attraversato il mare su una zattera, ma questa è l'interpretazione di Sarkozy dei protocolli di Schengen, che ogni governo europeo potrebbe poi interpretare alla sua maniera. Non sembra avere convinto i transalpini l'invito di Maroni a decidersi: "Che sospendano il Trattato o escano da Schengen". "Mettere i soldati alla frontiera è il passo più equivoco". Ce n'è abbastanza per riesumare il sospetto subito espresso da Bossi in apertura di crisi: "La Francia avrà il petrolio e l'Italia milioni di immigranti". Tutte assieme queste considerazioni producono un nebbione o meglio gli effetti di una tempesta di sabbia. Che corrisponde, anzi deriva, da quella che infuria sul terreno, politico e militare. I ribelli anti Gheddafi protestano, comprensibilmente, per gli episodi di "fuoco amico" che scende dal cielo a colpire loro invece del nemico designato, ma anche (e pur questo è comprensibile ma rivela una contraddizione) perché l'aviazione Nato non bombarda abbastanza, soprattutto dopo il ritiro dei caccia americani. L'alleanza da un lato rifiuta scuse ufficiali per gli errori compiuti dal cielo (precisando l'ovvio e cioè che "è molto difficile colpire gli obiettivi senza fare vittime fra i civili": è il "peccato originale" delle guerre condotte dall'aria), dall'altro enuncia il numero delle azioni compiute, quasi mille, anche se non tutte "armate". La verità è che alla carenza di mezzi si aggiungono le differenze di obiettivi. I più attivi sono i francesi, che spesso però agiscono fuori dal controllo della Nato. Gli italiani si sono finora limitati a voli di "sorveglianza" e non è escluso che siano adesso sotto pressione per "fare di più", in cambio magari di qualche concessione, o promessa, sul tema dei profughi. Ad aggiungere un tocco in più alla confusione, il "governo" dei ribelli ha chiesto proprio all'Italia di intervenire assieme alla Francia e alla Gran Bretagna per convincere la Nato a intensificare i raid aerei e a premere sulla Germania perché si associ. E Berlino ha detto di sì alla sua maniera, dichiarandosi pronta a mandare nelle acque libiche navi da guerra, ma per "trasportare i profughi e scortare i trasporti di beni alimentari e di medicinali". La Merkel è fedele a se stessa anche quando sembra passare dal no al sì, ma non contribuisce troppo a dissipare il nebbione di sabbia che nasconde e rivela al tempo stesso un dramma che ogni giorno si fa più surreale.

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