I paradossi della complicata guerra libica

Sempre più difficile. Sempre più complicata. A tratti surreale. La guerra di Libia è una fabbrica di paradossi. In due giorni due sorprese aggiuntive: il bombardamento da parte dell'aviazione Nato dei suoi alleati di terra, i ribelli anti Gheddafi, e l'esplosione dei contrasti fra le varie fazioni e personalità che compongono il campo di questi ribelli. Un campo di Agramante, in cui si parlano tante lingue, non solo ideologicamente diverse l'una dall'altra e tutte, o quasi, incomprensibili per chi dovrebbe forgiare una strategia ed ottenere quella "vittoria lampo" che è quasi obbligatoria data la sproporzione, non soltanto ma soprattutto militare, fra i contendenti. Gli Occidentali dominano l'aria. Hanno già, o dovrebbero già avere, distrutto quel poco di forza aerea che Gheddafi possedeva e anche gran parte delle sue unità mobili di terra, le uniche che contano in un Paese come la Libia, gigantesco, desertico e spopolato.


Così non è, e il motivo immediato, ma forse anche il più profondo, è la carenza di coordinazione, manifesta anche nell'"incidente": la cui causa immediata, pare, è l'"errore" di un ribelle che, avvistati degli aerei, ha sparato in aria per "festeggiarli" e ha dato così stura a una pioggia di bombe che ha annientato l'unità di cui egli faceva parte. A scusarsene è stato un leader nel campo delle vittime, il vicepresidente del governo provvisorio. Meglio così che un "sorry" degli alleati, che avrebbe ricordato i numerosi equivoci del genere che accadono in Afghanistan. La verità è, evidentemente, che è molto difficile condurre una campagna militare unicamente aerea inserendola in un conflitto essenzialmente "fluido", con gli opposti "eserciti" che si spostano di decine o centinaia di chilometri il giorno, inseguiti e inseguitori secondo il momento, né l'uno né l'altro apparentemente in grado di raggiungere i propri obiettivi, rispettivamente Tripoli per gli insorti e Bengasi per i sostenitori di Gheddafi.



Logico che in una simile guerra a mosca cieca anche la guida politica dei ribelli sia incerta e divisa; producendo fra l'altro l'apparente giubilazione di un generale, Khalifa Belqasim Haftar, ritornato apposta dall'esilio negli Stati Uniti. Il governo provvisorio afferma ora che egli non ha alcun ruolo di comando. I contrasti e la confusione, inevitabili, sembrano però avere anche radici più profonde. Nessuno sa, né sul terreno né a Washington e neppure, probabilmente, a Parigi, dove dovrebbero essere i più edotti, quali settori della popolazione siano schierati pro o contro Gheddafi. Le sole linee abbastanza chiare sono quelle tribali e al di là si incontrano "laici" e integralisti, aspiranti democratici e, in Libia come in Egitto, adepti della Fratellanza Musulmana. Tali incertezze hanno indotto, per esempio, Amr Boussa, segretario generale della Lega Araba, a rimangiarsi la sua iniziale "benedizione" della strategia della no fly zone e la maggior parte dei governi arabi ad astenersi finora (tranne la Giordania) dal "congelare" gli investimenti di Gheddafi nei rispettivi Paesi. Elemento non trascurabile, dal momento che nelle capitali occidentali, soprattutto a Washington, si conta forse più sulla "guerra finanziaria" che sulle operazioni militari: le lealtà verso il dittatore poggiano, oltre che sui legami tribali, sulla sua disponibilità di denaro. Una volta esaurita, si calcola che molti gli volterebbero le spalle, "incoraggiati" anche dalle generose "taglie" sul capo di Gheddafi.



Ma, di nuovo, le certezze sono ben poche e permane l'impressione che si tiri soprattutto ad indovinare. In America a premere per una guerra a fondo sono soprattutto, e non è una sorpresa, i "reduci" dell'Amministrazione Bush, a cominciare da Paul Wolfowitz, principale "stratega" dell'avventura in Iraq. Fra i critici emerge però un altro esponente repubblicano, il senatore Richard Lugar, ex presidente della Commissione senatoriale per la Difesa ma fino a ieri strenuo sostenitore di Obama, cui ha dato un decisivo appoggio per l'approvazione in Congresso del trattato di disarmo nucleare con la Russia. Lugar ha però cambiato campo nelle ultime ore e ha criticato la Casa Bianca per avere "impegnato le forze armate Usa in una impresa senza una strategia e in una "guerra non dichiarata", forse dimenticando che anche conflitti locali come questo possono avere conseguenze importanti per la strategia generale dell'America nel Nord Africa e nel Medio Oriente.

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