La disoccupazione e il disastro educativo

Il disastro educativo è all'origine della bassa occupabilità dei nostri giovani. Non ha usato mezzi termini il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, parlando di disoccupazione giovanile. E con il termine disastro educativo ha voluto indicare «un sistema che perde molti giovani precocemente e altri trascina per lunghissimi percorsi, senza che alla fine abbiano acquisito competenze apprezzate dal mondo del lavoro».
Sembra l'immagine speculare di un Sud e di una Sicilia che sull'educazione scolastica e sulla formazione dei giovani hanno perso più di una battaglia. L'inchiesta di Laura Anello pubblicata dal Giornale di Sicilia ha fornito lo spaccato di una Regione che non riesce, oramai da decenni, a svincolarsi da un modello formativo inidoneo ed inadeguato. Alcune recenti polemiche sulla scuola italiana e sul presunto condizionamento ideologico dei suoi insegnanti rischiano di fare passare in seconda linea il problema più grave. Al Sud ed in Sicilia il livello di apprendimento da parte degli studenti è decisamente più basso rispetto alla media del Paese. Ebbene, in una realtà già così drammatica e preoccupante, la risposta della Sicilia non è stata quella di tentare, almeno, di sopperire ai deficit scolastici, ma piuttosto quella di impiantare una struttura (la formazione) gigantesca, costosa e del tutto avulsa dalle necessità del mondo del lavoro. Da almeno dieci anni questo Giornale denuncia la prevalenza di shampisti e la deficienza di tornisti o elettricisti. Ma se quello degli shampisti sta diventando persino un luogo comune, resta invece immanente la frattura tra il fabbisogno del mercato del lavoro e l'offerta scolastica e formativa. La globalizzazione, che avanza ormai con tumultuosa rapidità, ci ha fatto passare in pochi anni da una condizione caratterizzata da ampie sicurezze sociali ad una priva di qualunque paracadute. Oggi la frattura rischia di diventare insanabile. I "ricchi" diventano più ricchi ed i "poveri" più poveri; il 20% della popolazione detiene il 43% della ricchezza prodotta. Ma, circostanza ancora più grave, stiamo consumando quello che abbiamo ricevuto dai nostri padri: il 40% della ricchezza arriva dalle rendite e soltanto il 60% dal reddito di lavoro. E che dire di quasi due milioni di giovani meridionali che non lavorano né studiano? Problemi troppo grandi, si dirà, per essere affrontati sul tavolo della formazione, ma problemi comunque che il cattivo impiego di risorse pubbliche in ogni caso non aiuta ad affrontare.

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