Se la Libia è a un bivio

Nella sua delirante  e un po’ ricattatoria allocuzione notturna Seif-al Islam, il figlio liberal di Gheddafi, ha detto almeno una verità: la Libia è a un bivio. O i rivoltosi, che dopo avere assunto in cinque giorni il controllo della Cirenaica, sono ormai all’assalto della capitale, accettano di trattare con il regime sulla base del vago programma di riforme che egli ha proposto, o si va verso una guerra civile che - sono le sue precise parole - ci farà piangere non duecento, ma centinaia di migliaia di morti. Quale delle due strade decideranno di imboccare i libici non è ancora chiaro, anche se è assai improbabile che a questo punto il @gclan del colonnello riesca ad arrestare la valanga: la parte orientale del Paese è perduta, è cominciata la defezione di ministri, funzionari e diplomatici, vari reparti dell’esercito si sono schierati con gli insorti, il consiglio degli Ulema ha dichiarato che la rivoluzione è «un dovere divino», parti della stessa Tripoli sono in fiamme e alcune delle più importanti tribù in cui è suddiviso il Paese sono scese in campo contro Gheddafi. In altre parole, il regime che il  Rais  ha costruito in quarant'anni di potere assoluto ha cominciato a sgretolarsi e anche se suo figlio promette che, in caso di fallimento di una soluzione negoziata, si combatterà «fino all'ultimo uomo e all'ultima pallottola», un ritorno allo status quo ante è impossibile. Come avevano fatto Ben Ali e Mubarak, Saif, parlando a nome di suo padre, ha accusato «teppisti, carcerati, stranieri e islamisti» di avere fomentato la rivolta. In realtà, siamo in presenza non di una, ma di almeno due rivolte diverse: quella della Cirenaica, da sempre culla del dissenso, e quella della Tripolitania, presunta roccaforte del regime. La prima è un movimento a sfondo tribale e nazionalista da parte di una popolazione insofferente della egemonia della capitale e ansiosa di riconquistare o l'indipendenza o quella supremazia di cui godeva ai tempi della monarchia senussita. Per gli abitanti di questa regione, molto più affine all'Egitto che ai Paesi del Magreb, la Libia è rimasta, sostanzialmente, una invenzione del colonialismo e Gheddafi un despota «straniero». L'insurrezione della Cirenaica potrebbe benissimo - come paventa il ministro Frattini - sfociare in una vera secessione e, dato l'orientamento della popolazione, nella nascita di un «emirato islamista» di fronte alle coste siciliane che certo non guarderebbe all'Occidente con simpatia. La seconda è arrivata un po' a sorpresa quattro giorni dopo la prima, e ricalca abbastanza quelle di Egitto e Tunisia. In parte è stata davvero ispirata da Al Jazeera, come sostiene il regime. Non si tratta di una vera e propria rivolta del pane, perché la rendita petrolifera ha permesso a Gheddafi di distribuire abbastanza sussidi per dare da mangiare a tutti; ma essa condivide con quelle degli altri Paesi del Magreb l'insofferenza per un regime dispotico, arbitrario e poliziesco, per la mancanza di ogni libertà, per le continue violazioni dei diritti umani. Se poi, nel caso di successo, la rivolta approderebbe a una vera democrazia rimane da vedere. Frattini dice che l'Europa non deve cercare di imporre il suo modello ma lasciare che i libici scelgano il proprio: probabilmente ha ragione, anche se non tutti i suoi colleghi europei, che già stanno prendendo le parti dei ribelli, saranno d'accordo. Per il momento non si può che ammirare la determinazione con cui la gioventù libica sfida un esercito e una polizia che non esitano a sparare sulla folla, facendo già più morti che in Egitto e in Tunisia messi insieme. Alcune conseguenze, comunque, appaiono fin d'ora ineluttabili: la produzione di idrocarburi, così importante per l'Italia, sarà a lungo disturbata se non interrotta; il crollo dell'apparato di sicurezza farà sì che le partenze dei disperati verso l'Italia riprenderanno, e se ci saranno abbastanza barche, potrebbe assumere proporzioni insostenibili; almeno una parte delle clausole del Trattato di amicizia del 2009 saranno rimesse in discussione. Ce n'è abbastanza, come si vede, per guardare agli avvenimenti libici con enorme apprensione.
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