Filangeri e il suo omaggio all'artigianato

Gli scatti del fotografo e architetto, emigrato a Londra nel 2001, dopo la chiusura dello studio di Giuseppe Cappellani, esposti in una mostra a Roma, adesso sono anche in un nuovo libro-catalogo

PALERMO. Il "gessista" palermitano che quasi accarezza la sua lastra curva appena asciugata, l'incisore parigino che sorveglia il bulino attraverso numerose diottrie, il cappellaio di piazza Rivoluzione che prepara la "testa di legno", il serio accordatore di pianoforti londinese distratto dalle note, il gioielliere che guarda il pezzettino d'oro con due occhiali, una romana e vedova restauratrice di porcellane in una fragile pausa, un tailor, sarto londinese sicuro di sé, e l'estivo tappezziere palermitano sontuosamente assiso in una poltrona da salotto buono.
Scatti di Francesco Filangeri, fotografo e architetto, emigrato a Londra nel 2001, dopo la chiusura dello studio di Giuseppe Cappellani. Pellicole Ilford e Kodak, stampate con l'obsoleto ingranditore su ormai rare carte che si "sviluppano" con gli acidi della camera oscura, per rendere "corposi" i bagliori nelle ombre di botteghe e laboratori. Perché non è facile abbandonare un sapere raggiunto con diuturno lavoro, le mani e la mente sulla stessa linea. E le foto sono "sorvolate" dalla percezione di un "saputo" senza destino, del quale si disperderà irrimediabilmente la padronanza.
Si rompeva la stilografica ereditata: c'era il piccolo uomo col fasciacollo, ripiegato dentro il sottile baracchino di legno sul marciapiedi della via Roma, vicino all'angolo con via Bara, fra le sue scatolette zeppe di pennini, pompette, mollette di ricarica, clip e "asticciole", cioè i corpi delle penne. La macchina fotografica anni Settanta si bloccava; si andava speranzosi, come dal dottore, dai fratelli Moreno: il più grande, specializzato nelle Leica, in via Villareale; l'altro in via Pignatelli Aragona, sempre davanti al tornio.
Ci voleva tempo, alcuni pezzi bisognava rifarli, misurati col calibro; e non erano "originali".
Ora è più facile e rapido mandare le cose rotte alla Casa madre, da dove spesso ritornano con la letterina che dice: "Spiacenti, ma i pezzi di ricambio sono esauriti".
È come se le mani andassero perdendo i loro trasformismi: quell'intorcinarsi attorno a pezzi di materia per darle la forma carica di orgoglio che serve. Mani con mobilità bionica, irrigidite su tastiere e touch screen. Ci accorgiamo di scrivere più in fretta, di comprimere la grafia e ridurla all'osso, senza più le curve e i prolungamenti imparati sui quaderni di calligrafia. Tempo e velocità che fanno perdere una bellezza personale e inimitabile riducendo la "sapienza" delle mani: quei gesti minimi e aggraziati, completamente inutili, che conferivano eleganza a una lettera. Affidiamo anche i pensieri più delicati alla forma del Times New Roman. Senza il sigillo svolazzante della firma.
Nelle fotografie di Filangeri aleggia questo mondo al guado verso la terra di nessuno, che gli artigiani insistono, caparbi, a trattenere al di qua: con il tornio e la lima, il calibro, la squadra, il compasso, l'estrattore, la subbia e il cannello, il logoro metro, ago e filo, il trincetto, la mazza e l'incudine, il ferricianuro di potassio.
La vita "scritta" a mano fermata in istantanee strofe narrative dall'antico 50 millimetri, obiettivo "normale" delle macchine fotografiche "da strada". L'ebanista di Palermo con la testa inscritta in un ovale da aureola pre giottesca, e sullo sfondo Padre Pio e altri santini; il fabbro forgiatore all'incudine e martello sull'antico basolato affossato dai colpi possenti, fra le luci del fuoco sacro della forgia e quelle al neon delle wattora; il sarto seduto alla sua Singer e assediato da mandole e chitarre che svelano una bravura che raddoppia quella del ditale e delle forbici; il fabbro ferraio con la celata alzata sopra una "cotta" di pezza e il grembiule-corazza come un Astolfo in partenza per la luna.
Tutte fotografie in un libro-catalogo della mostra del luglio scorso nella Sala Santa Rita di via Montanara, a Roma, che è possibile trovare alla Libreria del Mare e in qualche altra. In copertina, unico a colori, c'è l'ultimo"scatto" di Giuseppe Cappellani, artigiano artista che ha prodotto e stampato migliaia di grandi fotografie di libri d'arte, mostre (le foto di Enzo Sellerio e della sua casa editrice), cataloghi, gigantografie d'arredo, immagini pubblicitarie. Ha premuto la "peretta", nell'inquadratura studiata da Filangeri, accanto a una fotocamera di legno anni Trenta, usata da un altro grande fotografo palermitano: suo padre Dante Cappellani. Un ricordo, un omaggio del giovane che ha ereditato un po'del "saputo" di Cappellani.
"Da artigiano ad artigiano -scrive il fotografo e architetto nel libro - un omaggio a coloro che hanno cominciato a lavorare sin da piccoli e lavorano fino a 80 anni. A quanti amano il proprio lavoro".

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