I profughi e le storie: prima o poi torneremo a casa

I racconti dei clandestini approdati a Lampedusa. In mare per 15 ore su un barcone malconcio. Molti i ragazzi: “Chiediamo solo un po’ d’aiuto”

LAMPEDUSA. Quindici ore in mare, su un barcone malconcio, in cinquanta verso la speranza. Alle cinque del mattino sbarca nella terra ferma, non sa bene dove si trova Lampedusa, sa che è in Italia e che qui troverà un lavoro. Ha solo 18 anni Salem, è uno studente, e ha pagato 2 mila euro per scappare dalla Tunisia: “C’è la guerra,  ho lasciato tutto, ma appena torna la tranquillità voglio tornare dalla mia famiglia”. Intanto è insieme ai suoi compagni di viaggio, sul molo, seduto per terra che scherza e chiacchiera in attesa di salire sulla nave per Porto Empedocle.
Mentre chiede se c’è un hotel dove riposarsi Nidhal, che insieme a quasi un migliaio di ragazzi è stato raggruppato al campo sportivo, sotto il sole e seduto sulla sabbia, non è contento: “Siamo da più di tre ore qui ad aspettare, siamo stanchi e ancora non abbiamo neanche mangiato, vorremo solo un po’ d’aiuto”, ha 21 anni.
Accanto a lui c’è Amine, ha 20 anni, con il fratello più piccolo che ne ha appena 18, anche loro sono molto stanchi ma Amine racconta: “Studio informatica, ho preso il diploma quest’anno, poi è scoppiata la rivolta in Tunisia e siamo scappati tutti – spiega – Ben Ali è andato via con la sua famiglia portandosi tutto e tutto il paese è rimasto nel lastrico”.
Nel frattempo si avvicina Lazhar, barba lunga, pochi denti, e chiede: “Ma dove ci porteranno adesso?”.
Le ore scorrono, e arrivano i furgoncini dei volontari dell’associazione che gestiva il Centro d’Accoglienza, colmi di panini per rifocillare gli “ospiti”. Si siedono a terra, sul terrazzo dell’edificio che ospita il museo dell’Area marina protetta, finalmente un momento di tranquillità, scherzano tra loro, si rilassano.
Ma c’è chi ancora al campo sportivo aspetta qualcosa da mettere sotto i denti e comincia a lamentarsi, si riuniscono, uno di loro si fa da portavoce con i volontari: “Non è modo di trattarci, abbiamo fame, e vogliamo sapere dove saremo portati”.
C’è anche un disabile tra loro, un uomo su una sedia a rotelle, viene accudito da un ragazzo più giovane, gli porge una coperta colorata, una bottiglia d’acqua;  qualcuno si inginocchia verso la Mecca per pregare e qualcun altro gioca con un pallone dato dai ragazzi dell’isola mentre si aspetta il prossimo barcone che è alle porte.

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