Emergenza a Lampedusa, servono provvedimenti straordinari

È emergenza, ma non soltanto umanitaria. L'ordinanza del Consiglio dei Ministri è riduttiva. La marea di clandestini che in queste ore si sta riversando su Lampedusa (e di qui sulla Sicilia e su tutto il Mezzogiorno) rappresenta infatti anche un pericolo per la sicurezza nazionale, l'ordine pubblico, la stabilità sociale, i nostri rapporti con i Paesi del Magreb. Questa marea è non solo potenzialmente molto più grande delle precedenti, ma anche più difficilmente arrestabile, e potrebbe contenere un numero assai superiore di elementi indesiderabili. Come riusciremo a gestirla - in un momento in cui per la crisi economica è stato necessario ridurre anche il flusso degli immigrati regolari, le tensioni con gli islamici si stanno acuendo su tutti i fronti e, per buona misura, la nostra magistratura ha in pratica bloccato il meccanismo delle espulsioni - è un autentico mistero.
Da qualche tempo, l'arrivo dei clandestini dal Nordafrica era molto rallentato. Tunisia, Algeria, Libia e anche il più lontano Egitto avevano accettato sia di sorvegliare i loro porti, sia di riprendersi gli irregolari fermati e identificati. Per ora solo con la Tunisia, ma forse presto anche con gli altri, questo ordine è saltato. Con la fine del regime di Ben Ali e la dissoluzione del suo apparato di sicurezza. al di là del Canale di Sicilia è arrivata l'anarchia. Nessuno sorveglia più le coste, i pescatori sono liberi di usare le loro imbarcazioni per portare in Italia, a 2500 dollari a persona, le decine di migliaia di tunisini che, non credendo nel radioso avvenire democratico del loro Paese, hanno deciso di approfittare delle circostanze per raggiungere l'Europa. Molti sono i soliti "profughi economici", ma nella massa ci sono certamente delinquenti evasi dalle carceri, persone legate al vecchio regime, e seguaci veri o solo potenziali di Al Qaeda nel Magreb, che sta preparando da tempo una campagna terroristica sulla sponda nord del Mediterraneo. Quando, nel 1991, ventimila albanesi sbarcarono tutti insieme a Bari, li rispedimmo indietro senza complimenti.
Con i magrebini, questo non sarà possibile per almeno due ragioni. Primo, dopo quanto è successo, tutti potranno tentare la carta dell'asilo politico, o perlomeno quello dell'accoglienza per motivi umanitari, per cui dovremo esaminare la situazione di ciascun richiedente, mantenendolo nel frattempo nei centri di identificazione. Secondo, è dubbio che l'evanescente governo tunisino accetti di riprendersi anche coloro che non verranno giudicati idonei e che noi vorremmo rimandare indietro. Inoltre, le oggettive difficoltà di gestire una invasione di massa faranno sì che molti dei nuovi arrivati riusciranno a squagliarsela.
Se, come c'è ragione di temere, l'ondata continuerà a ingrossarsi, magari con l'apporto di gente dall'Algeria (dove proprio ieri ci sono stati violenti scontri tra polizia e dimostranti), dalla Libia (dove è annunciata una prima manifestazione antigovernativa il giorno 17) e possibilmente perfino dall'Egitto dove ha trionfato la rivoluzione, l'impatto potrebbe diventare devastante. Geograficamente, l'Italia è di nuovo in prima linea. Anche se una parte degli "invasori" potrebbe avere l'intenzione di dirigersi verso altri Paesi, la UE, se tutto va bene, fornirà un po' di aiuti finanziari, ma i nostri servizi sociali, le nostre forze dell'ordine, il nostro mercato del lavoro dovranno cavarsela da soli. Il governo, comunque, cominci a prepararsi ad adottare provvedimenti straordinari, checché ne pensi il solito Alto Commissario delle Nazioni Unite, sempre pronto a farci le pulci. fondi@gds.it

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