L'addio di Mubarak, la festa nelle piazze di mezzo mondo

In strada non solo al Cairo e ad Alessandria ma anche a Washington, dove Obama ha rischiato per alcune ore la più bruciante sconfitta. Fra coloro che applaudono ci sono anche i dirigenti di Hamas, che controllano l'enclave di Gaza

Alle cinque della sera, l'ora classica dei drammi, delle tragedie a volte e, spesso, degli entusiasmi. Il "toro" Mubarak è caduto sulle ginocchia nella enorme arena del Tahrir, il nome che già da prima significava Piazza della Liberazione.
A far esplodere l'entusiasmo della folla, sono bastate le parole telegrafiche del vicepresidente egiziano Suleiman: "Cittadini, in nome di Dio misericordioso, nella difficile situazione che l'Egitto attraversa, il presidente Hosni Mubarak ha deciso di dimettersi". Una sospensione brevissima come di incredulità, poi l'annuncio che ha suscitato il massimo entusiasmo: "E ha incaricato le forze armate di gestire il Paese".
Un capitolo si chiude, un altro si apre carico di incognite, di sollievo e anche di angosce. Quella che dovrebbe essere l'ultima giornata della "rivoluzione egiziana" è stata il ritratto capovolto della precedente col suo carico di malintesi, illusioni, delusione, ira.
Non solo sulle piazze del Cairo e di Alessandria ma anche a Washington, dove Obama ha rischiato per alcune ore la più bruciante sconfitta, anche personale. Il presidente americano credeva di avere motivi per essere sicuro che Mubarak, abbandonato dagli Usa dopo lunghe esitazioni e indirizzi contraddittori, si sarebbe piegato alla priorità di un esperimento di democrazia, il primo nel più popoloso e per tanti altri versi più importante Paese del mondo arabo. Una decisione sofferta che per una lunga notte era parsa vanificata, con una ricaduta pesante in termini di prestigio degli Stati Uniti.
Un breve viaggio al termine della notte prima di un "risorgimento" sul calar della sera. Obama aveva avuto parole insolitamente dure, quasi rabbiose, trasparenti di delusione. Con un giorno di ritardo il mondo è tornato in ordine, o almeno così il governo americano può tornare a sperare, all'unisono - e non era mai accaduto prima - con le piazze della capitale di un Paese islamico. Mubarak è stato un alleato dell'America, forse un cliente, ma in genere fedele. La rottura non è venuta da dissapori sulle strategie di equilibrio nel Medio Oriente, ma per la reazione viscerale dei ceti urbani dell'Egitto al deficit di libertà e di benessere che hanno accompagnato nell'ultimo quarto di secolo la stabilità politica e geografica dell'Egitto, Paese chiave di una parte del mondo che ne è da sempre la polveriera.
La "rivoluzione" non era stata voluta né istigata dall'America, che ne è stata colta di sorpresa e ha esitato a lungo prima di decidere che la credibilità sua e dei suoi ideali è ancora più importante della "sicurezza" regionale garantita dalla sua forza. Non è detto che il conto torni, i pericoli rimangono, di segno cambiato ma alcuni forse ancora più gravi. Fra i vincitori del braccio di ferro al Cairo non ci sono soltanto i giovani della classe media "liberale", ma anche le masse suscettibili di seguire le tentazioni dell'integralismo. I Fratelli Musulmani esultano. Il regime brutalmente teocratico dell'Iran sottolinea maliziosamente che il giorno natale del "nuovo Egitto" è caduto nell'anniversario della presa del potere del regime più estremista e più retrivo. Fra coloro che applaudono ci sono anche i dirigenti di Hamas, che controllano l'enclave di Gaza assediata su due fronti, uno dei quali presidiato dall'Egitto di Mubarak.

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