Egitto, Mubarak si dimette ma non se ne va

Mubarak si dimette ma non se ne va. Non è chiaro, anzi, in che momento lascerà formalmente la presidenza. La trasmetterà, almeno nelle sue intenzioni, all'attuale vice Suleiman, ma manterrà nelle proprie mani alcune delle leve del potere, forse quelle centrali. Si dedicherà a cambiare la Costituzione di quel tanto che, afferma, è necessario per portare avanti le trasformazioni nell'Egitto in senso democratico. Intende dunque continuare a comandare lui per un tempo indeterminato, nelle sue intenzioni fino alle elezioni presidenziali di settembre in cui già si sapeva che egli non si sarebbe presentato. Si occuperà anche di compilare la lista dei candidabili. Lo ha detto in un orgoglioso discorso radiotelevisivo ascoltato fra l'altro da una gigantesca massa di dimostranti e di "riformatori" che presidiavano il Tahrir, la Piazza della Liberazione. Non si sa ancora come questa folla reagirà, come sarà il suo umore al termine di una giornata che doveva essere decisiva e non lo è stata nonostante sia durata ben più di ventiquattro ore.
La "svolta" è apparsa sempre imminente ma in una chiara direzione. Le parti in causa (se l'Egitto fosse già quel Paese democratico che desidera diventare con tanta passione, si dovrebbero chiamare "partiti") si sono moltiplicate di ora in ora e così le possibili soluzioni. L'unica cosa chiara è - lo si sapeva da prima ma non con tale urgenza - che nulla potrà rimanere, o ridiventare, come prima; ma adesso sappiamo anche che la successione che Mubarak ha in mente è un "Mubarak II". Dovrebbe, perché l'attesa prova di forza continuerà e i militari continueranno ad essere il fattore prevalente. Essi hanno comunque il massimo di potere e la volontà di "cambiare", ma devono "battersi" su molti fronti: il regime uscente, l'aspirante erede, le "masse rivoluzionarie", i "poteri forti", il fattore religioso, i Paesi vicini o "fratelli", la Superpotenza americana. Hanno dalla loro una tradizione di efficienza e di relativa stabilità e in più di dignità nazionale. Dalle loro fila sono usciti i leader "rivoluzionari" come Nasser e quelli restauratori come Sadat e Mubarak. La loro prima "vittima" fu un re, Farouk, spedito in esilio non molti anni dopo che l'Egitto aveva accolto un "profugo" di sangue reale, Vittorio Emanuele III.
Tutti li hanno presi sul serio, dunque, quando i gallonati egiziani si sono riuniti ed è parso che reclamassero il potere, con un documento reso ancora più esplicito dall'avere una numerazione: "Comunicato numero 1", soprattutto perché vi si annunciava la costituzione di un Consiglio Supremo presieduto dal ministro della Difesa, Feldmaresciallo Hussein Tantawi. L'elenco dei presenti contava, ma ancora di più i nomi dei non invitati: il presidente Mubarak e il vicepresidente Suleiman. L'esercito contro la nomenklatura, pur se questa ha origini militari. L'impressione è stata subito che si fosse a un passo dalla formazione di una "giunta" destinata ad assumere tutti i poteri come è di regola nei golpe, siano essi rivolti contro la democrazia o contro una dittatura. Le piazze hanno capito, o almeno intuito, quale direzione l'Egitto stava imboccando e hanno reagito con entusiasmo, al punto da portare un generale, Hassan al-Rouini, comandante della piazza del Cairo, in trionfo sulle spalle a passeggio per il Tahrir.
È probabile che il discorso di Mubarak li abbia delusi. Comunicati e controcomunicati, mosse e contromosse hanno caratterizzato una giornata che potrà passare nella millenaria storia dell'Egitto come un equivalente del 14 luglio in terra di Francia: la caduta di una Bastiglia. Ma le rivoluzioni si sa come cominciano e non dove finiscono.

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