“Guerra totale” fra giudici e Berlusconi

Per una volta, ha ragione Umberto Bossi: con la decisione della Procura di Milano di richiedere il rito immediato contro Silvio Berlusconi sia per il reato di concussione, sia per quello di favoreggiamento della prostituzione minorile, siamo arrivati alla «guerra totale». «Hanno esagerato» ha detto il leader della Lega dei magistrati inquirenti milanesi pur non negando che il premier possa avere le sue colpe: «Vogliono lo scontro tra istituzioni». Se poi al procedimento avviato a Milano si aggiunge la pervicacia con cui anche la Procura di Napoli, quasi per non essere da meno, rovista nelle frequentazioni del presidente del Consiglio (e perfino di sua figlia!) dando in pasto alla stampa intercettazioni di persone non indagate solo perché coinvolgono lui, anche un osservatore neutrale deve concludere che siamo di fronte a una vicenda senza precedenti.
Berlusconi ha già manifestato tutta la sua rabbia, usando per i magistrati espressioni inconsuete perfino per lui. Si può discutere se quella del Pg Bruti Liberati e dei suoi collaboratori sia o no «eversione» e se ci avviamo o meno a un «processo farsa». Ma quando il premier afferma che il Tribunale di Milano non ha né la competenza territoriale né quella funzionale, e sostiene la mancanza delle «prove evidenti» richieste dal rito immediato, è su un terreno più solido: se anche i due reati ci fossero, sarebbero stati infatti consumati in località nella giurisdizione del Tribunale di Monza; e sostenere che la presunta concussione non sia di competenza del Tribunale dei ministri ha richiesto un ragionamento da Azzeccagarbugli che pochi giuristi condividono.
Discutibile è anche la presenza delle famose prove evidenti. Non conosciamo tutte le carte in mano alla Procura, ma è difficile sostenere con certezza che la telefonata a un funzionario della Questura di Milano per ottenere l'affidamento di Ruby a Nicole Minetti costituisce concussione quando non ne esiste la registrazione; ed è ancora più difficile provare che il premier abbia avuto un rapporto sessuale con una minorenne, quando non ci sono né foto né testimoni, l'interessata lo nega e non si sa neppure con certezza se Berlusconi, al momento della presunta «consumazione», ne conoscesse la vera età.
Ma tant'è, se siamo davvero alla guerra totale non dobbiamo meravigliarci di questa forzatura. Del resto, non è la prima e non sarà neppure l'ultima. Per fortuna tra la richiesta dei pm e quello che sarebbe nello stesso tempo uno dei più clamorosi processi della storia italiana e il più risoluto tentativo - purtroppo applaudito da numerosi esponenti dell'opposizione - di liquidare Berlusconi per via giudiziaria, c'è ancora un ostacolo: il parere del giudice per le indagini preliminari, nella persona di Cristina Di Censo, 44 anni, da Piombino. Un magistrato di cui si sa poco, che non risulta né politicizzata, né legata alla Procura. Potrebbe accogliere la richiesta di rito immediato dei pm, dando via libera a un processo da celebrare già prima di Pasqua; potrebbe, al contrario, decidere che mancano le prove evidenti, e quindi rimandare la causa a tempi più tranquilli; potrebbe addirittura, ma lo schiaffo per i suoi colleghi sarebbe davvero troppo grosso, decidere per il non luogo a procedere.
Non la invidiamo: sulle sue spalle pesa una responsabilità enorme, non solo nei confronti dell'imputato, ma di tutto il Paese. Accettare la tesi della Procura in questo momento, in cui il governo cerca - nel bene e nel male - di rilanciare la sua azione, in cui si sta facendo strada la tesi che i problemi degli italiani sono più importanti delle abitudini sessuali del premier, significherebbe infatti imprimere una svolta alla storia e aprire una fase densa di incognite. È ovvio che dovrà seguire le sue convinzioni, qualunque esse siano. Ma è lecito sperare che la sua decisione conforti quello che tutti gli indagati sogliono ripetere come un organetto, magari senza crederci davvero: «Ho piena fiducia della magistratura».

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