17 marzo, scandalo vero o pretesto?

È davvero uno scandalo elevare per una volta il 17 marzo a festa nazionale? La convinzione che saremo pure un grande Paese, ma che non siamo affatto una grande Nazione mi si rafforzò dieci anni fa, dopo la strage delle Torri Gemelle. I Bush (padre e figlio) erano accanto ai due ex presidenti democratici (Clinton e Carter) nel cantare l'inno nazionale con la mano sul cuore. Che invidia! Mai da noi, pensai, avremmo visto niente del genere. C'è una repubblica più federale degli Stati Uniti d'America? No. Eppure lì il senso di identità nazionale è fortissimo. Noi, al contrario, abbiamo sempre avuto paura delle feste nazionali. Abbiamo fin da subito - e giustamente - celebrato il 25 aprile per ricordare la liberazione dal nazifascismo. Ma abbiamo aspettato sessant'anni e un presidente della Repubblica di sinistra (Carlo Azeglio Ciampi) per festeggiare finalmente il 2 giugno: eravamo i soli, al mondo, a non celebrare il nostro compleanno.
Adesso si discute sul 17 marzo. Una festa nazionale aggiuntiva per un solo anno. Uno scandalo? Confindustria ha paura che si perda lavoro, Calderoli nasconde dietro la stessa motivazione la freddezza per una ricorrenza non sentita dalla Lega Nord. La storia del lavoro, onestamente, non regge. Ammesso che si faccia «ponte» tra giovedì 17 marzo e venerdì 18, questo cadrebbe in un anno in cui altri «ponti» non ci sono, visto che sia il 25 aprile che il primo maggio cadono di domenica.
Questa polemica è tanto più sgradevole nel momento in cui la discussione sul federalismo è arrivata al dunque. Un federalismo sano e solidale funziona soltanto se - nel riconoscere le diversità - le unisce in un forte stato nazionale articolato nelle autonomie territoriali e non se disarticola qualcosa che già si regge con la colla. Cantare l'inno nazionale non vuol dire rinnegare l'autonomia amministrativa della Lombardia o del Veneto, che anzi deve fortificarsi ed essere esempio virtuoso per le regioni più deboli. Al contrario, tanto più possiamo rivendicare le nostre diversità federali se ci riconosciamo in un forte stato unitario, che è una piccola goccia nel mare agitato della globalizzazione.
E spiace, spiace molto che i nostri sentimenti unitari vengano offesi dallo storico presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder. Spiace perché può rilanciare il rammarico di chi ricorda il gran pasticcio compiuto dopo la prima guerra mondiale dal presidente americano Thomas W. Wilson. Wilson era partito bene, volendo rispettare il principio di nazionalità. In questo caso il Sud Tirolo e l'Alsazia sarebbero andati a paesi di lingua tedesca. Invece alla fine l'Alsazia finì alla Francia, a noi restò l'Alto Adige e cominciò la mutilazione della Dalmazia, la perdita di Fiume e si rafforzarono le pretese jugoslave che trionfarono dopo la seconda guerra mondiale con l'assegnazione a Tito delle italianissime Istria e Dalmazia, lasciandoci un Alto Adige che - sostiene Durnwalder - non ci ha mai sopportato più di tanto.
Ha mai riflettuto il signor presidente di Bolzano che la gigantesca quantità di denaro piovutagli addosso dall'Italia negli ultimi 65 anni non gli sarebbe certo arrivata dall'Austria? È eccessivo chiedere un po' di sobrio rispetto e anche una partecipazione di galateo alle celebrazioni, se non per amore, almeno per interesse?

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