I nodi del Cavaliere

La forzatura del decreto legislativo approvato poche ore dopo l'infausto pareggio della Bicamerale ha profondamente irritato il Quirinale, determinandone la forte reazione di ieri

La forzatura del decreto legislativo approvato poche ore dopo l'infausto pareggio della Bicamerale ha profondamente irritato il Quirinale, determinandone la forte reazione di ieri, ma era paradossalmente indispensabile per evitare che la Lega facesse saltare il tavolo.
Anche se i sondaggi dimostrano una sorprendente fedeltà del popolo leghista al presidente del Consiglio, le vicende personali di Berlusconi non hanno entusiasmato la base. L'unico rimedio - come confermano gli ascoltatori nelle trasmissioni radiofoniche di ieri - era di dare una sferzata per dimostrare che comunque il federalismo si farà. Certo, c'è il rischio di un nuovo referendum promosso dalla sinistra come quello del 2006 che cancellò con un tratto di penna la riforma costituzionale del centrodestra. Ma sarebbe più difficile stavolta motivare l'intera comunità nazionale contro una riforma sponsorizzata fino a ieri da gran parte dell'opposizione e rinnegata oggi con la sola, trasparente ragione di mandare a casa il Cavaliere. La dimostrazione che la forzatura del decreto porta la firma della Lega si è avuta ieri: Bossi - che probabilmente non si aspettava una reazione così dura e immediata - ha gestito in prima persona la mediazione con il Quirinale e i capigruppo leghisti hanno assicurato che non intendono eludere il passaggio parlamentare. Al tempo stesso, Calderoli ha ridotto a divergenze interpretative il dissenso con il capo dello Stato e ha anticipato ogni possibile obiezione di merito, chiarendo ieri sera che il testo sottoposto nelle prossime settimane al voto delle Camere non è modificabile.
Berlusconi potrà anche dire di essere "il leader europeo più amato", come ha fatto ieri a Bruxelles, ma ha bisogno di non aprire un nuovo fronte perché - in quella che definisce la 'repubblica giudiziaria' - si trova davanti ad almeno tre incognite insidiose. La prima è il conflitto di attribuzione per spogliare la Procura di Milano dell'ultimo processo a suo carico. Sia che il conflitto venga sollevato dal governo che dalla Camera, sembra che la votazione debba avvenire a scrutinio segreto e richieda la maggioranza assoluta di 316 deputati. Tradizionalmente, in casi del genere, l'interessato riesce a pescare anche qualche voto tra i suoi avversari politici. Berlusconi potrebbe essere confortato da chi non vuole lo scioglimento delle Camere, ma se i giochi dovessero prendere una piega diversa non è nemmeno da escludere che nel segreto dell'urna qualche leghista possa accelerare la fine della legislatura. La seconda insidia abita nel palazzo di Giustizia di Milano. Ammesso che Berlusconi riesca a fermare la Procura e che non escano nuove carte esplosive sul caso Ruby, a partire da marzo si troverà di fronte a un fittissimo calendario di udienze dei tre processi ancora pendenti (Mills, Mediaset, Mediatrade) destinato a creargli più di un problema mediatico e giudiziario. La terza insidia è esclusivamente politica. Mercoledì prossimo il consiglio dei Ministri approverà alcune norme per il rilancio dell'economia. Ma Tremonti ha avvertito che non ci sono soldi e mai come oggi è facile richiamare il detto popolare secondo cui le nozze con i fichi secchi sono molto tristi. Perciò, delle due l'una. O Berlusconi riesce a farsi dare una paghetta dal ministro dell'Economia o rischia una nuova politica di annunci in un periodo in cui la gente si aspetta altro.

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