“Cuffaro non è un ingenuo in balia dei boss”

Il pm Nino Di Matteo contestata in aula le tesi dei legali dell'ex governatore siciliano, nel corso del processo per concorso in associazione mafiosa a carico dell'ex presidente della Regione

PALERMO. "La difesa ci ha dipinto Cuffaro come un ingenuo in balia delle millanterie di questo o quel mafioso, come una persona costretta a subire amicizie che non cercava". Contesta le tesi dei legali dell'ex governatore siciliano il pm Nino Di Matteo, pubblica accusa al processo per concorso in associazione mafiosa a carico dell'ex presidente della Regione che si celebra davanti al gup. "Cuffaro – ha proseguito il magistrato nell'udienza dedicata alle repliche dell'accusa - non era un involontario recettore di notizie segrete di riservatissime indagini antimafia che divulgava solo per evitare pregiudizi a se stesso".
Di Matteo, nel suo intervento, ha poi preso in esame la carriera politica e le condotte di Cuffaro dal 2001, anno in cui l'imputato si candidò alla presidenza della Regione, sfruttando, secondo l'accusa, l'appoggio elettorale di Cosa nostra. Un aiuto, quello dato dai clan in cambio del quale, poi, l'ex senatore fu  ‘costretto’ a pagare cambiali a Cosa nostra".  
Il pm ha poi ricordato le dichiarazioni del pentito Giuffré che ha parlato di un accordo di tutta Cosa nostra per sostenere elettoralmente Cuffaro. Progetto voluto dal boss Bernardo Provenzano in persona. Rilevanti per l'accusa anche le parole dei pentiti agrigentini come Maurizio Di Gati, che ha raccontato che in Cosa Nostra era notorio l'accordo tra l'ala provenzaniana di Cosa nostra e Cuffaro. La mafia si sarebbe impegnata a votare l'imputato e lui, una  volta eletto, avrebbe garantito finanziamenti di progetti, assunzioni. E poi ci sono i documenti consegnati da Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito. Il teste della trattativa, di cui il pm ha ribadito l'attendibilità, ha dato ai magistrati un pizzino dattiloscritto del 2001 del padrino di Corleone, indirizzato a don Vito, in cui si faceva riferimento a un presunto interessamento del "nuovo pres. e del sen.", che secondo l'accusa sarebbero l'allora presidente Cuffaro e il senatore del Pdl Dell'Utri, a un provvedimento di amnistia per detenuti di cui avrebbe potuto beneficiare pure l'ex sindaco mafioso.

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