Giovani senza lavoro, ci stiamo mangiando il futuro

I dati sul mercato del lavoro pubblicati dall'Istat lasciano sgomenti. La disoccupazione giovanile sfiora il 30%. Vuol dire che uno su tre è senza lavoro. Ci stiamo mangiando il futuro. La curva, infatti, è in crescita da una decina d'anni. Ultimamente si è proprio impennata. Nel 2008, prima che scoppiasse la crisi economica, l'incidenza era ancora al 20%. In tre anni è cresciuta di dieci punti. In termini percentuali vuol dire il 50% in più.
La caduta del ciclo rende evidenti i mali storici del mercato del lavoro italiano. Troppo ingessato e poco flessibile. Tutto protesto a proteggere gli insiders (i dipendenti a tempo indeterminato) e sordo ai bisogni degli outsiders (giovani, disoccupati e contratti atipici) .
A monte ci sono le lacune di un sistema dell'istruzione troppo distante dal mondo della produzione e, soprattutto, incapace seguirne i cambiamenti. Infine il problema più grave: la criticità culturale. La concezione del lavoro come "posto" e non come parte del sistema produttivo. Una concezione che le generazioni più mature (soprattutto al sud) ritrasmettono interamente sui giovani.
Come se ne esce? Analisti attenti ed esperti in gran voga metteranno sul piatto ricette sottili e precise.
la realtà è molto più semplice e grezza. La ricetta si chiama sviluppo. Le statistiche da questo punto di vista sono collaudate. L'occupazione cresce con un tasso del Pil superiore al 3% annuo. Sotto questo valore ristagna. Più si rallenta e meno posti di lavoro vengono creati. Fino all'arresto completo. Esattamente quanto accaduto in Italia negli ultimi quindici anni. Il tasso di sviluppo non ha mai superato il 2%. Il sistema degli ammortizzatori sociali ha salvato i posti esistenti. I giovani, però, sono rimasti fuori. Ora bisogna cambiare marcia. Come spiega il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, la crescita si fa con meno spese e con meno tasse. Inutile, quindi parlare ancora di patrimoniale. Lo scambio tra disavanzo pubblico e sviluppo economico non funziona più. L'impresa privata deve essere lasciata libera di correre. Allo Stato solo il compito di vigilare e di offrire servizi economicamente competitivi. Come fare senza una profonda riforma della pubblica amministrazione? Non più zavorra ma motore dello sviluppo.
Il governo ha pronta un'agenda. Contiene, fra l'altro, molti interventi per il Mezzogiorno. Non sono una nuova espressione dello statalismo ma canoni liberali. Verranno definiti dal prossimo consiglio dei ministri. Il presidente Berlusconi ha proposto di condividerli in Parlamento per il bene del Paese. L'opposizione ha già rifiutato. Ha spiegato che i contenuti possono anche essere accettabili. Ma che non può discutere con questo governo. Ancora una volta ha fatto prevalere le logiche di schieramento sui contenuti. Da questo punto di vista l'America è veramente lontana. La scorsa settimana mentre Obama illustrava il suo discorso sullo stato dell'Unione repubblicani e democratici stavano ad ascoltare mescolati. Una grande democrazia nasce dal rispetto reciproco. Non certo dallo scontro fra guelfi e ghibellini che, dopo secoli, resta ancora il tratto fondamentale della politica italiana. fondi@gds.it

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