Egitto, i timori dell’occidente

Alla vigilia di una nuova dimostrazione contro Mubarak che dovrebbe portare in piazza al Cairo un milione di persone, si stanno precisando le posizioni occidentali nei confronti della rivolta popolare egiziana che sta incendiando il Medio Oriente. All'iniziale simpatia per i manifestanti, sta subentrando una maggiore cautela, un atteggiamento quasi neutrale che ha già indotto l'antagonista del Rais, quell'El Baradei diventato il portabandiera dell'opposizione, ad attaccare il presidente Obama. Né gli Stati Uniti, né l'Unione Europea spingono più per le dimissioni di Mubarak e auspicano invece una transizione morbida. In attesa degli eventi, si trincerano dietro formule generiche, come quella usata sia dal segretario di Stato Hillary Clinton sia dal ministro degli Esteri della UE Catherine Ashron:"Spetta al popolo egiziano decidere la propria leadership e il proprio governo". Dove non è chiaro se per popolo egiziano si intendono le folle scatenate o quella sempre più consistente fetta di cairoti che, dopo i saccheggi e i vandalismi dei giorni scorsi e la fuga di migliaia di detenuti dalle carceri, comincia ad avere paura del caos. Una serie di elementi ha suggerito questa prudenza: la comparsa in forze, tra i dimostranti, dei Fratelli Musulmani, unico movimento strutturato dell'opposizione, islamista e antioccidentale; la paura di Israele del collasso di un regime amico a favore di un altro che potrebbe addirittura denunciare il trattato di pace firmato a suo tempo da Sadat; l'evidente giubilo dell'Iran, che conta sulla caduta del suo più risoluto nemico nel mondo arabo per estendere ulteriormente la propria influenza; il pericolo che Al Qaeda approfitti della situazione per installarsi stabilmente in quell'Egitto da cui provengono numerosi suoi leader; il timore che il potente apparato militare egiziano, fornito in gran parte dall'America, possa cadere sotto il controllo di forze ostili; l'esempio dell'Iraq, dove l'instaurazione di una specie di democrazia ha finito con il portare alla ribalta uomini e movimenti antioccidentali; infine, la necessità di proteggere i consistenti interessi economici che sia gli Usa, sia la Ue, hanno in Egitto, il più popoloso e influente dei Paesi arabi. Questo non significa che Obama e gli altri leader occidentali si apprestano a difendere Mubarak, perché, come ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato, sarebbe "schierarsi contro la storia". Significa, piuttosto, che sperano che le Forze armate, che sono andate ad occupare la vice-presidenza con Suleiman, riescano a riprendere il controllo della situazione senza ulteriore spargimento di sangue, forniscano ai dimostranti garanzie sufficienti di un processo riformatore e li convincano a rinunciare a tentare la spallata finale in attesa delle elezioni presidenziali in programma in autunno. Ovviamente, alla contesa non dovranno partecipare né Mubarak, né suo figlio Gamal. Si tratta di una strada quasi obbligata, ma disseminata di ostacoli e neppure condivisa al cento per cento da tutti i governi interessati. Molto dipenderà dalle posizioni che nelle prossime ore prenderà l'esercito, che in un primo tempo sembrava - almeno ai livelli medio-bassi - fraternizzare con i rivoltosi, ma che ha cambiato atteggiamento a mano a mano che l'opposizione avanzava richieste più radicali, coinvolgenti anche il suo potere. Per arrivare a una "transizione ordinata", magari con un periodo di presidenza Suleiman in attesa del voto, sarà anche indispensabile evitare nuovi scontri che esaspererebbero ulteriormente la situazione. Certo, non bisogna ripetere l'errore commesso in Iran nel 1979, quando l'Occidente scaricò bruscamente uno Scià amico a favore della rivoluzione khomeinista, ritrovandosi ben presto con un Iran ferocemente ostile.

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