Irfis,braccio di ferro tra Lombardo e gli imprenditori

Mentre il governo regionale vorrebbe l'istituzione di una finanziaria pubblica, arriva l'alt degli industriali che dicono "no al controllo politico"

PALERMO. Il governo lavora alla trasformazione dell’Irfis in una finanziaria regionale che dovrebbe ereditare anche una settantina fra funzionari e dirigenti. Confindustria boccia fin d’ora il piano e si prepara a contrastarlo temendo il controllo politico del credito alle imprese. È iniziata la partita più difficile fra Lombardo e gli imprenditori.
Da qualche giorno l’assessore all’Economia, Gaetano Armao ha ufficializzato le mosse del governo. L’Irfis, oggi in mano per il 76% a Unicredit e per il 21 alla Regione (il resto è di vari soci) verrà trasformato in una finanziaria il cui nome potrebbe essere FinSicilia.
Ciò che non è stato ancora deciso è l’assetto di questa finanziaria: sarà totalmente in mani pubbliche (sul modello di Finlombarda) o avrà soci privati (come nel caso di Veneto Sviluppo)? Nel primo caso - secondo Armao - il vantaggio è quello di poter operare in house, cioè con affidamenti diretti. Ma il timore degli imprenditori è che la Regione (e gli eventuali soci individuati) acquisiscano un ruolo che rischia di sconfinare nella concorrenza sul territorio con gli altri istituti di credito, alterando gli equilibri di mercato. Il tutto nel delicatissimo ramo dell'assistenza nell’investimento dei fondi europei, cioè della vera fonte finanziaria dell’economia regionale. Ma soprattutto, Confindustria teme che un canale essenziale come quello del credito alle imprese (e della gestione di finanziamenti europei) venga controllato completamente dalla politica e sottratto al libero mercato.
La nuova società come tutte le altre partecipate avrebbe infatti una presidenza politica. Da giorni, sottotraccia, l’associazione guidata da Ivan Lo Bello sta monitorando lo stato d’avanzamento del progetto Irfis. E non è un caso se il vicepresidente Giuseppe Catanzaro ha detto, fuori dal politichese e senza attendere altri passaggi, qual è la posizione di Confindustria: «Piuttosto che pensare a fare dell’Irfis un ulteriore, pericolosissimo, intermediario tutto ”politico”, e per ciò stesso esposto a pratiche non di mercato, si pensi di farne un ente creditizio capace di agevolare con modalità compatibili con le regole europee l’accesso al credito delle imprese. Il tutto alla vigilia di nuove ineludibili restrizioni che presto verranno da Basilea 3».
Gli industriali vedono l’Irfis come una banca di secondo livello in grado di assicurare investimenti a lungo termine e garantire i confidi: il tutto senza esporre le imprese a politica e iter burocratici della Regione. Armao ha precisato in commissione all’Ars che il dibattito è ancora aperto e che una soluzione non arriverà prima di maggio: sarà la giunta a esprimersi in via definitiva. Sul ruolo di garanzia ai consorzi fidi, l’assessore si dice d’accordo e ha già creato un tavolo con i rappresentanti dei consorzi che si occupano di industria, commercio e artigianato. Nel frattempo il consiglio di amministrazione dell’Irfis ha già deliberato (a metà dicembre) la trasformazione da banca a finanziaria e si attende ora il via libera dalla Banca d’Italia. Poi il piano decollerà. E potrebbe agganciarsi al futuro di Crias e Ircac i cui fondi potrebbero essere inglobati. Di sicuro, Unicredit (le cui azioni valgono circa 80 milioni e che ha già deciso l’uscita dall’Irfis) terrà per sé il ramo «credito» che vale da solo 500 milioni di fondi erogati sul territorio. E ciò in ogni caso costringerà a breve a una redistribuzione ai soci del capitale residuo e potrebbe aprire un problema collegato: il futuro di una settantina dei cento dipendenti, che dovrebbero essere assorbiti dai soci restanti.

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