Noi giovani costretti a lasciare Palermo

E' sempre difficile iniziare una lettera, solitamente si inizia con un "caro o cara" ma questa mia lettera non ha un destinatario preciso, o forse si. Sono Simona ed ho 27 anni, qualcuno mi ha definito "bambocciona", io mi definisco figlia di un sistema perverso e malato. Fra qualche mese conseguirò la laurea in Servizio Sociale. Ad agosto finalmente mi unirò alla mia dolce metà, Fabrizio. Stiamo insieme da 12 anni, eravamo due adolescenti che sognavano di poter cambiare il mondo. Purtroppo la realtà è ben diversa. Scrivo questa lettera perché sono davvero molto arrabbiata con il mio futuro, anzi con un futuro che non mi creerò io ma che mi è stato imposto. Da due anni Fabrizio lavora a Torino e da quando ha anche lui conseguito la laurea in ingegneria, tengo a precisare con la lode, ha da subito trovato lavoro lontano dalla sua terra. Cosa non si fa per amore?
Ad agosto ci sposeremo e da settembre la mia vita cambierà, andrò ad abitare in una città che non amo particolarmente e sarò, quindi, lontana dalla mia famiglia e dalla mia terra, purtroppo, "arida". Sono infuriata, sono delusa, triste ed amareggiata. Giorno dopo giorno superi gli ostacoli, percorri le tue salite, a volte prendi batoste allucinanti e alla fine con cosa ti ritrovi? Fossero un pugno di mosche sarebbe già qualcosa.
Io amo Palermo con i suoi pro e con i miliardi di contro che può avere queste città, ma per causa di gente che per anni l'ha svuotata, violentata, derubata e denigrata, io, Simona, figlia, sorella, studentessa, fidanzata, sono costretta ad abbandonare gli odori caratteristici della mia città, l'odore del mare, l'odore dello "stigghiolaro", l'odore del pane appena sfornato, il sorriso dei miei nipoti, l'abbraccio che solo una madre può incondizionatamente dare alla propria figlia, le serate in "champagneria". Non è come spogliarsi e indossare un abito nuovo, è semplicemente denudarsi e rimanere inermi innanzi ad una nuova realtà che, ripeto, non hai deciso tu.
Penso a mia suocera e a mia madre; due donne che hanno tenuto in grembo due creature, che hanno viste crescere, che hanno amato e amano alla follia e spero che il loro destino possa non toccare a me. Non voglio che i miei figli siano costretti a partire perché la propria città non offre loro quello che è giusto che loro abbiamo, un lavoro, una casa, insomma una vita dignitosa.
Perché il finale di noi giovani palermitani deve essere sempre lo stesso? Perché non posso rimanere qui e vivere la mia vita serenamente? Perché i politici rimangono inermi e spesso si mobilitano solo per i propri interessi personali? Perché, per sopravvivere, devo trasferirmi in un'altra città e farmela piacere per forza? Ma perché? C'è chi dice che devo solo ringraziare e non lamentarmi perché il mio lui ha già un lavoro a tempo indeterminato, ma io non mi lamento per questo, anzi, ringrazio ogni giorno Dio; io mi ribello alla scelta imposta proprio dalla città che amo. Non ho però la soluzione, non sono un politico. Mi arrabatto in questa vita come la maggioranza dei palermitani, vorrei arrabattarmi però con la felicità nel cuore.
Simona Di Giovanni, Palermo

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