La “sindrome tunisina” a Tirana

Il trionfo fin dal primo turno preannunciato dai sondaggi si è puntualmente confermato ieri in un Portogallo duramente colpito dalla crisi e dalle pressioni destabilizzanti dei mercati: il capo dello Stato uscente il conservatore Anibal Cavaco Silva, che si è presentato come un fattore di stabilità per il paese in mezzo alle turbolenze, è stato rieletto fin dal primo turno con il 53,05% dei suffragi, secondo i dati definitivi.
Cavaco, un economista di 71 anni, ha superato facilmente il candidato appoggiato dal Partito Socialista del premier Josè Socrates e dai post-trotzkysti del Bloco de Esquerda, al 19,7%, e l'indipendente Fernando Nobre, al 14,7%. L'astensione tocca un picco storico al 53,4%, il livello più alto dalla fine della dittatura salazariana 35 anni fa. Un segno per diversi analisti del poco interesse suscitato dalla campagna ma anche dalla preoccupazione prioritaria della gente per i problemi economici, e per molti di sopravvivenza, provocati dalla crisi e dalle dure manovre di austerità decise dal governo. Per due ore inoltre c'è stato anche un guasto informatico che ha rallentato le operazioni nei seggi, contribuendo probabilmente a fare si che diversi cittadini abbiano rinunciato a votare. Dopo la Tunisia, l'Albania: sarà un caso, ma le due nazioni mediterranee oggi in subbuglio sono quelle geograficamente più vicine all'Italia, separate dalle nostre coste solo da due stretti bracci di mare. A Tirana si parla apertamente di "sindrome tunisina", cioè dell'inizio di un effetto domino che potrebbe investire tutti i regimi autoritari dell'area, non soltanto sulla sponda africana. Secondo questa teoria, il modo in cui la piazza, mobilitandosi per giorni e giorni e affrontando il fuoco della polizia, è riuscita a cacciare Ben Ali starebbe servendo da incoraggiamento alle popolazioni (o almeno a parte di esse) che sono stanche dei governi in carica ma non riescono a liberarsene con metodi democratici. Che i socialisti albanesi, che peraltro manifestano da più di un anno contro il governo di centro-destra di Sali Berisha, accusato di avere truccato le ultime elezioni, abbiano tratto incoraggiamento dagli eventi tunisini è possibile, anche se le situazioni nei due Paesi non sono comparabili. Ma, se fosse vero, sarebbe anche molto pericoloso, perché i confini tra una rivolta legittima contro una dittatura, come l'Unione Europea sembra avere giudicato quella tunisina, e un movimento volto a costringere alle dimissioni un governo sgradito sono molto labili.
L'Albania, sotto questo aspetto, rappresenta un caso da manuale. Per quanto corrotto, diviso in clan, spaccato tra un nord rurale e conservatore e un sud più aperto e "progressista", e frequenti violazioni dello stato di diritto, il Paese delle Aquile è sostanzialmente democratico e in vent'anni ha visto tre volte i due maggiori partiti alternarsi al potere. Ha conosciuto, grazie anche alle rimesse degli emigranti, uno spettacolare sviluppo economico che ne ha quadruplicato in un decennio il reddito pro-capite. Berisha è, senza dubbio, un politico spregiudicato, ed è possibilissimo che l'esito delle elezioni del 2009, da lui vinte sul filo del rasoio, non sia stato proprio limpido: se ha sempre rifiutato un riconteggio dei voti significa - perlomeno - che non è sicuro del fatto suo. Il ritardo dell'esecutivo nell'arrestare i responsabili della sparatoria di venerdì, come ordinato dalla magistratura, è egualmente gravissimo. Tuttavia, una opposizione seria non può continuare in eterno a contestare un risultato che la comunità internazionale ha riconosciuto, a boicottare il Parlamento e a ricorrere settimanalmente alla piazza. Il leader socialista e sindaco di Tirana Edi Rama ha ragione quando sostiene che fino adesso le dimostrazioni sono state pacifiche e che è colpa della Guardia repubblicana, che ha aperto il fuoco contro la folla che assediava il palazzo del governo, se sono improvvisamente degenerate; ma, nel clima incandescente che si è creato, la decisione di mobilitare di nuovo i suoi sostenitori significa che intende portare fino in fondo il braccio di ferro con Berisha.
La differenza tra Tunisia e Albania è che nella prima un regime oppressivo aveva ridotto la gente alla disperazione, con un altissimo tasso di disoccupazione soprattutto tra i giovani più istruiti e molte famiglie che non riuscivano più a tirare avanti: perciò la cosiddetta rivolta del pane, una volta innescata, ha coinvolto quasi tutta la popolazione e ottenuto anche la complicità dell'esercito. Nella seconda, invece, assistiamo non tanto a un conato rivoluzionario di massa, quanto a uno scontro tra due gruppi di potere divisi da odi antichi e forti interessi, capaci ciascuno di fare scendere in campo qualche decina di migliaia di attivisti ma tra cui - per dirla tutta - sarebbe arduo fare una scelta. Quando Rama dice che "la gente è furiosa", si riferisce alla sua gente e non all'insieme degli albanesi che, tutto ben considerato, non se l'erano mai passata così bene e il cui principale interesse, in questo momento, è di avvicinarsi sempre più all'Europa; e se, nella tesissima settimana che si prepara, con due grandi manifestazioni contrapposte mercoledì e giovedì, il governo dovesse essere rovesciato, la UE non potrebbe plaudire come ha fatto in sostanza per la rivoluzione tunisina, ma solo rinviare alle calende greche l'inizio del cammino negoziale che dovrà, un giorno, portare l'Albania nell'Unione.

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