Cuffaro, le tappe del processo

PALERMO. Comincia il 5 novembre del 2003, con l'arresto, tra gli altri, di due insospettabili investigatori che lavoravano fianco a fianco con i pm di Palermo, l'inchiesta, poi denominata talpe alla dda, che coinvolge l'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, oggi condannato in via definitiva dalla Cassazione.
Un'indagine, condotta dai pm Maurizio De Lucia e Michele Prestipino, che svela una vera e propria rete di spionaggio, costituita da sottufficiali dei carabinieri e della Dia come Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, che, su input dell'imprenditore della sanità Michele Aiello e con la complicità di impiegati della Procura, avrebbero rivelato, proprio all'ex manager, notizie riservate su indagini di mafia in corso. Aiello, secondo l'accusa, sarebbe stato l'alter ego del boss Bernardo Provenzano nel mondo della sanità.
L'inchiesta, che porta alla luce anche una serie di truffe al sistema sanitario, va a intrecciarsi con un'altra indagine della dda sulle commistioni tra il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro ed esponenti politici come l'assessore dell'Udc Mimmo Miceli, "delfino" dell'ex governatore Cuffaro, condannato in un altro processo per mafia. Ne viene fuori un quadro di collusioni che coinvolgono anche l'ex maresciallo dell'Arma Antonio Borzacchelli, processato e condannato per concussione successivamente.
Commistioni e relazioni pericolose in cui Cuffaro, secondo l'accusa, avrebbe avuto un ruolo centrale. Informato da Borzacchelli, eletto, poi, all'Ars nelle liste del suo partito, di una microspia piazzata a casa del capomafia Guttadauro, Cuffaro avrebbe avvertito Miceli, abituale frequentatore del boss di Brancaccio. Rivelazioni che Miceli riferì a Guttadauro, che scoprì la cimice. Da qui le accuse di rivelazione di segreto istruttorio e favoreggiamento aggravato alla mafia a carico dell'ex presidente della Regione.
Il 2 novembre del 2004 l'allora presidente della Regione viene rinviato a giudizio. L'uno febbraio 2005 comincia, davanti alla terza sezione del tribunale, presieduta da Vittorio Alcamo, il processo di primo grado a carico di 12 imputati e due società. Il dibattimento si conclude, il 18 gennaio 2008, con la condanna di Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento semplice. Cade la contestazione dell'aggravante mafiosa. Pene pesantissime vengono inflitte anche agli altri imputati: come Aiello, che viene condannato a 14 anni e Riolo a 7. Il 23 gennaio del 2010 la corte d'appello di Palermo, presieduta da Gincarlo Trizzino, rincara la dose, riconosce l'aggravante e condanna l'ex governatore, che intanto si è dimesso, a 7 anni. Pena più dura anche per Aiello (15 anni e sei mesi) che finisce in cella e Riolo a cui i giudici, cambiando l'accusa da favoreggiamento a concorso in mafia, danno 8 anni.

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