La Tunisia e il futuro degli altri regimi

Ancora non sappiamo se la transizione tra l'ultraventennale presidenza di Ben Ali, fuggito sabato in Arabia Saudita, e una nuova Tunisia più democratica potrà avvenire secondo i piani prestabiliti. L'assunzione del potere da parte del presidente del Parlamento Foued Mebazaa, dopo una brevissima parentesi dell'ormai ex primo ministro Gammouchi, è costituzionalmente corretta e la decisione di indire elezioni libere entro due mesi dovrebbe in teoria placare i dimostranti e consentire un graduale ritorno alla normalità.
Almeno i rivoltosi più acculturati, quelli che hanno organizzato e diretto le dimostrazioni attraverso Facebook e Twitter e puntavano solo a un cambiamento politico, dovrebbero essere soddisfatti del risultato ottenuto, anche se Mebazaa è, nel bene e nel male, un uomo del vecchio regime, un esponente di quello che era, in pratica, un partito unico. Ma, come avviene spesso nelle rivoluzioni, le notizie provenienti ieri da Tunisi inducono a temere che la teppa cerchi di prendere il sopravvento, che al popolo che voleva un cambio al vertice siano subentrati ladri, provocatori e saccheggiatori.
Il governo di transizione che dovrebbe formarsi in queste ore potrebbe pertanto incontrare molte difficoltà a ristabilire la normalità nel Paese, anche perché, al momento, non è chiaro a chi siano fedeli le ingenti forze di sicurezza che sostenevano Ben Ali e un esercito che, nella prima parte della rivolta, ha avuto una parte piuttosto ambigua. Bisognerà inoltre vedere in che misura i fondamentalisti islamici, che Ben Ali era riuscito a tenere a bada, riusciranno a inserirsi nel variegato movimento che ha posto fine al suo dominio ed approfittare della situazione. Mohammed Bonazizi, il Ian Palach tunisino che da dato il la alla rivolta immolandosi col fuoco non era certo un seguace di Bin Laden, ma tra chi in questo momento impazza nel Paese ce ne sono di sicuro.
Ma la vera novità è sul piano internazionale: Ben Ali è il primo leader arabo rovesciato da una protesta popolare, in un momento in cui la piazza è in subbuglio dall'Atlantico al Golfo. «Gli eventi tunisini» ha detto ieri alla TV libanese il noto commentatore Abeer Madi Al Halabi «serviranno di lezione ai Paesi dove presidenti e sovrani sono arrugginiti sui loro troni»: una definizione che vale per Moubarak, per Gheddafi, per Bouteflika, per le dinastie del Golfo, e anche per altri, come re Abdullah di Giordania, che pure hanno cercato di stare al passo con i tempi. È significativo che, visto che la protesta originaria era diretta contro l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, Algeria, Giordania, Libia e Marocco si siano affrettati a venirle incontro con provvedimenti di emergenza. Altrettanto significativo è che, poche ore prima della cacciata di Ben Ali, Hillary Clinton in un convegno a Doha abbia duramente (e sorprendentemente, vista la situazione) ripreso i regimi arabi per il loro ritardo nel creare una economia più moderna e nel cominciare a liberalizzare le strutture politiche per ottenere il consenso della popolazione.
In queste ore, gli analisti si sbizzarriscono nel fare previsioni su quale dei regimi arabi potrebbe essere il secondo a cadere e sulle ricadute che gli avvenimenti tunisini avranno nel già destabilizzato Libano. Qualcuno paragona la rivolta di Tunisi alla levata di scudi anticomunista di Solidarnosc nei cantieri di Danzica e pronostica un "effetto domino" a breve scadenza.
La maggioranza, tuttavia, teme che il processo non porterà a una vera democratizzazione di Magreb e Medio Oriente, ma piuttosto alla nascita di nuovi regimi totalitari, magari - considerata la forza dei Fratelli musulmani in vari Paesi - assai meno amici dell'Occidente; che, per cautelarsi dai possibili cambiamenti, ha negato asilo politico all'ex amico Ben Ali e alla sua cricca, costringendoli a cercare rifugio in Arabia Saudita. fondi@gds.it

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