Inchiesta antimafia a Siracusa: “Adesso comandano le femmine”

Le parole intercettate di Lucia Castoro, 55 anni, vedova del mafioso Giuseppe Pandolfo assassinato nel 1989, che ha sostituto il marito nella gestione degli affari illeciti

CATANIA. "La mafia è donna.. e quelli che comandano sono le femmine". Non ha dubbi Lucia Castoro, 55 anni, vedova del mafioso Giuseppe Pandolfo assassinato nel 1989, che ha sostituto il marito nella gestione degli affari illeciti, facendosi aiutare dal genero, Maurizio Carcione, di 40 anni:  "donna è meglio", anche nella criminalità. E spiega anche perché: "La donna - è la sua opinione intercettata dai carabinieri - è una persona seria e calma che sa pensare...".             
Il particolare emerge dall'inchiesta antimafia della Dda della Procura di Catania culminata con l'arresto 27 presunti esponenti della cosca Nardo di Lentini, compresi Lucia Castoro e il genero, da parte dei carabinieri del comando provinciale di Siracusa in esecuzione di un ordine di custodia cautelare.  E tra i destinatari dei provvedimenti emessi dal Gip di  Catania, Oscar Biondi, c'é anche un appuntato dell'Arma che era in servizio ad Augusta, considerato una 'talpa' della cosca  Nardo, che era stato da tempo trasferito in un altra sede.             
L'organizzazione, secondo quanto emerso dalle indagini dei carabinieri avviate nel 2005, avrebbe evidenziato il nuovo organigramma di una cellula della cosca presente nel Siracusano tra Augusta, Melilli e Villasmundo, al cui vertice ci sarebbe stato Giuseppe Gentile, 59 anni, che dava disposizioni ai suoi due luogotenenti, Marcello Ferro, di 50 anni, e Sergio Ortisi, di 55.  E dopo contrasti economici nati con Ortisi, Lucia Castoro, già in passato condannata a 6 anni e 8 mesi di reclusione per associazione mafiosa, secondo la ricostruzione dei carabinieri, avrebbe deciso di mettersi in proprio, creando un proprio gruppo. Il clan Nardo tenne anche un summit a Catania come  'arbitrato' in cui i giudici furono esponenti di primo piano delle cosche Cappello e Mazzei che disposero la "convivenza forzata" ai litaganti.  Secondo l'accusa, il gruppo gestiva estorsioni, gioco d'azzardo e un giro di spaccio di sostanze stupefacenti, procurandosi i soldi che servivano al 'patto di muto soccorso' tra gli affiliati, soprattutto per i detenuti e i loro familiari.

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