Il terrorismo attira giovani disperati

«Fateci venire in Europa! Qui non c'è pane né lavoro». Questo grido di dolore raccolto da un giornalista nelle strade di Algeri durante i disordini di questi giorni la dice lunga sulle implicazioni che la cosiddetta "rivolta del pane" nei Paesi del Magreb possono avere per la UE in generale, e l'Italia in particolare. Se l'insurrezione che da tre giorni sta sconvolgendo non solo le capitali, ma anche buona parte dei centri minori di Algeria e Tunisia è stata innescata soprattutto da un improvviso aumento dei generi alimentari, le cause profonde sono la disoccupazione giovanile, il malcontento della popolazione verso un'oligarchia che si è ritagliata la fetta maggiore delle risorse e una povertà diffusa, accentuata da un incontrollato aumento della popolazione. Di fronte alla repressione messa in atto dai rispettivi governi, la spinta all'emigrazione diventerà ancora più forte, ma le possibilità di sottrarsi alla miseria di casa sono sempre più ridotte. L'Europa ha da tempo contingentato, se non proprio chiuso, il flusso di immigrati legali dal Magreb e da un paio d'anni anche i Paesi del Golfo non concedono quasi più visti ad algerini e tunisini, preferendo i più docili lavoratori provenienti dall'Asia. Né va molto meglio a coloro che scelgono la strada della emigrazione clandestina, diretta soprattutto verso la Sicilia (per i tunisini) e la Sardegna (per gli algerini), perché i due Paesi sono tra i pochi che si sono impegnati ad intercettare le barche in partenza ed accettano di riprendersi (almeno in teoria) coloro che, una volta giunti in Italia, vengono fermati ed espulsi. Ma, con l'aumento della pressione, c'è da aspettarsi che, costi quel che costi, un numero sempre maggiore di giovani tenti egualmente l'avventura o ricorrerà ad altri espedienti, come i ricongiungimenti familiari.
Lo scoppio di gravi disordini sulla riva sud del Mediterraneo e il rapido aumento del numero di morti - soprattutto in Tunisia dove si è arrivati già a quota 14 - pone una serie di problemi all'Europa. Tunisi e Algeri hanno governi autoritari e abbastanza corrotti (sia Ben Ali, sia Bouteflika, per quanto formalmente eletti dal popolo, sono "padri padroni" al potere da moltissimi tempo), ma laici, amici dell'Occidente e soprattutto determinatissimi nella lotta al fondamentalismo islamico. Entrambi sono attualmente alle prese con Al Qaeda nel Magreb, una delle più efficienti e spietate organizzazioni della galassia di Osama Bin Laden, che ha già messo al suo attivo spettacolari attentati soprattutto in Algeria e che spesso minaccia di estendere la sua azione all'Europa. L'opera di contenimento dei governi tunisino ed algerino nei suoi confronti è perciò importantissima anche per noi; e se i due dovessero uscire indeboliti da questi giorni di scontri potrebbero esserci conseguenze preoccupanti.
Una delle incognite è proprio il ruolo che i fondamentalisti possono avere in questa partita. Per quanto sconfitti dall'esercito nella guerra civile degli anni Novanta, che ha fatto 200.000 vittime e lasciato cicatrici profonde, essi hanno ancora un notevole seguito in Algeria, dove la rabbia e lo smarrimento della gioventù li possono favorire. Nonostante un tasso di sviluppo intorno al 4% e i moltissimi petrodollari che entrano ogni anno nel Paese, una parte notevole della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà; e abbiamo visto che, nel mondo arabo, spesso chi si sente penalizzato dalla società civile si rivolge alla moschea.
Entrambi i regimi sembrano risoluti a bloccare la protesta prima che assuma proporzioni ingestibili, con interventi anche brutali della polizia e arresti di massa. L'Algeria ha anche cercato di placare la piazza calmierando alcuni prezzi. È probabile che, per il momento, nonostante le proteste delle opposizioni contro il pugno di ferro, le autorità riescano a prevalere, ma il dissenso non sparirà. Con quali conseguenze per la stabilità dell'intera area mediterranea, non è ancora dato di sapere.

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