I cristiani bersaglio del terrorismo

È stato Benedetto XVI in persona a denunciare la svolta: quando, nel condannare l'attentato di Capodanno contro la cattedrale copta di Alessandria, ha parlato di "strategia della violenza contro i Cristiani", ha preso atto per la prima volta che il bersaglio principale del terrorismo islamico non è più l'Occidente in generale, ma in primo luogo le enclavi cristiane in terra musulmana, o, nel caso della Nigeria e delle Filippine, quelle comunità, cattoliche o protestanti, copte o ortodosse, che vivono a diretto contatto con popolazioni seguaci di Maometto.
Osama Bin Laden, a suo tempo, aveva proclamato una guerra di sterminio dei "crociati" e degli ebrei. Ora, la galassia di organizzazioni che si ispira agli insegnamenti dello sceicco del terrore e ruota intorno ad Al Qaeda deve essersi resa conto che sfidare l'America e i suoi alleati in campo aperto è diventato difficile e rischioso, e che pertanto è più redditizio concentrare i propri sforzi contro i civili di fede cristiana, considerati, a torto o a ragione, "veicoli di occidentalizzazione".
«Non lasciatevi dominare né dagli ebrei, né dai cristiani» prescrive il Corano (versetto 5/51) ai suoi seguaci; e come, per ritorsione contro la nascita dello Stato d'Israele, quasi tutti gli Stati musulmani si sbarazzarono dei loro cittadini ebrei, così adesso i fondamentalisti, sciiti e sunniti, vorrebbero cacciare i superstiti cristiani che ancora vivono tra loro dopo il grande esodo già avvenuto nell'ultimo secolo.
In alcuni casi (Iraq, Iran, Cisgiordania, Gaza, persino il Libano dove una volta i maroniti erano maggioranza e oggi sono soverchiati dagli sciiti di Hezbollah) ci stanno già riuscendo, in altri, dove i cristiani sono più numerosi, devono limitarsi per adesso all'intimidazione e alla emarginazione.
Gli strumenti sono gli assassini (1.200 solo nel 2010), gli attentati incendiari e dinamitardi, le persecuzioni sul lavoro e nella società, l'applicazione di leggi barbariche come quella pakistana contro la blasfemia che è quasi costata la vita alla povera Asia Bibi. Nella loro furia anticristiana, i fondamentalisti fanno spesso leva su faide tribali, conflitti economici o storiche rivalità per coinvolgere le masse musulmane nella loro battaglia.
Al di là delle parole di condanna degli attacchi e di sostegno alle comunità minacciate, all'Occidente si pone il problema pratico di come contribuire a difenderle.
È necessario anzitutto intensificare la pressione sui governi amici (Egitto) o pseudo-amici (Iraq, Pakistan e altri) perché da un lato rafforzino le misure di sicurezza, e dall'altro cessino la politica discriminatoria adottata di recente in un perverso do ut des con l'estremismo musulmano. Alcuni di questi Stati sono dipendenti dagli aiuti economici occidentali e possono quindi essere influenzati.
Altri, come i grandi produttori di petrolio, hanno bisogno della protezione militare americana. Ma, spesso, oltre alla volontà politica, a questi governi manca la capacità di impedire le violenze e di dare ai cristiani quel tanto di sicurezza che li dissuada dalla fuga.
Un'altra arma a nostra disposizione è naturalmente la intensificazione della lotta al terrorismo islamico, con maggiore attenzione ai Paesi dove le comunità cristiane sono minacciate. La stessa guerra che conduciamo in Afghanistan può giovare allo scopo, nel senso che indebolisce le capacità operative di Al Qaeda.
Ma se una intensificata intelligence può (forse) prevenire i grandi attentati, come quelli di Bagdad o di Alessandria, gli incendi delle chiese in Inguscezia o nelle Filippine, gli attacchi alle comunità cristiane rurali del Pakistan o i pogrom come quello di Jos in Nigeria sono quasi impossibili da impedire. La protezione capillare di una minoranza in un Paese ostile è fuori dalla portata anche di una superpotenza. L'importante è non tacere, non dare l'impressione dell'accondiscendenza: le parole possono servire, se non altro, a far capire ai fondamentalisti che non ci arrendiamo.
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