Strage di cristiani, un fatto purtroppo non isolato

È una strage ormai, purtroppo, non sola. Ha dei precedenti e ha, soprattutto, molte dimensioni. C'è quella umana, espressa con grande chiarezza e misura, fra l'altro, nelle parole del Papa, scolpita nella memoria da quel Cristo macchiato di sangue appeso al portale della chiesa-martire di Alessandria, di quella tela macchiata su cui è stata trasportata l'agonia di una vittima. C'è il pianto, la commozione, lo sdegno, la rivolta morale nella comunità cristiana (con l'impegno a «vendicare i martiri» e «bruciare i cuori» degli assassini). C'è il rischio, che diventa anche e soprattutto politico, di una guerra di religione in un Paese musulmano che ha la più alta percentuale di cristiani fra gli abitanti, il cui passato glorioso e anche il cui presente combinano nel farne il modello, la "cattedra" dell'intero mondo islamico, il "ponte" fra il Paese di Allah e il mondo esterno, la terra di frontiera, e dunque di scontro, fra quel che resta dello sforzo di convivenza, se non conciliazione, fra l'Islam e il resto del mondo.


Lo avvertono entrambi i protagonisti, l'uno e l'altro un po' ambigui, nella lotta per il potere al Cairo; i neo-islamici alla scuola dei Fratelli Musulmani, integralisti ma finora non dedicati alla Jihad e una semi-dittatura semi-laica che protegge o dovrebbe proteggere quello che resta nello sforzo di emancipazione dell'Egitto. Entrambe queste forze si sentono o si dichiarano prese in mezzo: il regime tra la necessità di non perdere il consenso delle masse e il bisogno di non alienarsi del tutto l'Occidente e il resto del mondo, soprattutto dopo elezioni condotte in modo tutt'altro che esemplare. Dall'altra parte i Fratelli Musulmani che non potrebbero, anche se lo volessero, recidere i contatti con il Popolo che hanno "risvegliato" e riportato verso le sue antiche radici ma che temono di essere trascinati nel gorgo del fanatismo assassino.



Il Potere di Mubarak è in realtà contestato da due opposte direzioni, fra chi lo giudica troppo dittatoriale per poter levare il vessillo della democrazia e chi vi riconosce una matrice laica e come tale intrinsecamente illegittima per i sentimenti di milioni e milioni di nostalgici di un integralismo che si spinge fino alla nostalgia del Califfato.
Una storia che comincia con il fallimento e la morte di Nasser, percorre l'esperimento di Sadat, il suo gioco di combattere l'estremismo del predecessore, mobilitando le passioni e le pulsioni delle moschee. Sadat finisce assassinato dagli integralisti, con la benedizione dei Fratelli, Mubarak gli succede e si destreggia oscillando fra le aperture e le repressioni. I cristiani copti si trovano presi in mezzo, testimoni e vittime di un dramma islamico. Sono calati di numero a causa dell'emigrazione ma sono tuttora "troppi" (dal 10 al 13 per cento della popolazione) perché l'Egitto possa dirsi un Paese islamico. Quando il governo del Cairo denuncia, come ha fatto nelle ultime ore, la responsabilità "straniera" delle atrocità di Alessandria, non si riferisce a Paesi confinanti o rivali, bensì, come è d'uso, ad Al Qaida, nemica di ogni governo e dunque in ogni Paese straniera.



Perché il dramma di cui parliamo e che emoziona il mondo non è soltanto egiziano. L'offensiva contro i cristiani, volta in ultima istanza a spingerli fuori dal Paese, è in corsa anche altrove e in modo più scoperto drammatico in Iraq. Il fuoco di Alessandria brucia anche a Bagdad con gli stessi obiettivi per scacciare di nuovo i cristiani che hanno osato rientrare dall'esilio degli anni di guerra venuto a sua volta dopo la relativa protezione accordata alle minoranze da un regime pur crudele come quello di Saddam Hussein.
Le dittature, in certi angoli del mondo islamico, sono per qualcuno il male minore. Questo è uno dei paradossi tristi di questa fase importante per la storia e per il futuro di oltre un miliardo di musulmani ma in particolare degli arabi: è stato il fallimento del "nazionalismo arabo", auspicato a breve termine dall'Occidente, a provocare per contraccolpo la spinta integralista. Quella evocata in chiari termini quasi vent'anni fa da M.J. Akbar, lo scrittore musulmano indiano che annunciò che «la grande partita mondiale si gioca ora fra il Nuovo Ordine Mondiale dell'Occidente e la grande spinta delle nazioni islamiche, dal Magreb al Pakistan». «La nostra marcia è cominciata - previde poco dopo uno sceicco libanese Said Schaaban -: l'Islam conquisterà l'Europa e, alla fine, anche l'America». Passando sui corpi di cristiani in Iraq, in India, in Algeria, ora anche in Egitto e su quelli di migliaia e migliaia di musulmani travolti nei gorghi di una tragedia che non risparmia nulla e nessuno.

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