Il futuro dei giovani italiani passa dal dialogo tra le generazioni

Italo Calvino, nel libro Le città invisibili, racconta un apologo. Marco Polo descrive un ponte a Kublai Kan. Qual è la pietra che sostiene il ponte?, chiede quest'ultimo. Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra - risponde Marco - ma dall'arco che esse formano. Kublai Kan soggiunge: è solo dell'arco che mi importa e tu mi parli di pietre. E Marco Polo di rimando: senza pietre non c'è arco. Anche il ponte del futuro non si costruisce su individualità, ma su un gran numero di pietre, cioè su tutti noi.
Una crisi economica e finanziaria globale, che ha avuto un solo precedente quasi un secolo addietro, ha investito anche l'Italia. Bisogna anticipare le tendenze, con l'intuizione della rotta verso la quale convergono i motori del mondo. Cresce l'esigenza di perseguire obiettivi di sostanza - contro l'iperuranio di fumose teorie filosofiche e le tentazioni gnostiche, cioè di perfetta conoscenza delle massime verità - per evitare che i cittadini italiani divengano nomadi viandanti del nostro tempo.
La vera classe dirigente è quella che possiede una meta. Infatti la politica deve avere «intelligenza», che significa non solo leggere dentro, ma anche saper guardare «fra», vale a dire scegliere tra valori e disvalori. La diversità è una ricchezza e la politica alta - alla quale riconosciamo il primato - è luogo dove le differenze si confrontano per il bene comune. La cultura politica è animata dal dialogo delle libere opinioni. Senza essere giudici, ma comprimari.
Oggi tutti parlano. Veri e propri ginnasti della lingua. Un'enorme inondazione di parole, con flusso inarrestabile spesso di vuoti concetti. Ma quali sono le idee-guida? I fattori strategici su cui puntare sono il principio del merito e la selezione dei migliori talenti. Elementi sempre più depositati nel fondo e spesso inabissati. Per evitare il declino, si apra il «tempo del merito» come volano di opportunità, fondato sulla considerazione primaria per lo studio inteso come cibo vitale e immateriale, strumento di crescita e di riscatto.
Occorrono idee e progetti nuovi, con visione di lungo periodo. Le forze innovative, che hanno cambiato radicalmente il mondo, sono nate da idee acquisite e maturate, capaci di mostrare potenzialità straordinarie. I problemi nuovi che ogni epoca comporta non si affrontano con modalità estemporanee o da dilettanti. «Oportet studuisse non studere», occorre non solo studiare ma aver studiato, ammoniva Benedetto Croce, maestro di regola intellettuale, invitando a educare con severità esigente.
Su queste basi dobbiamo incardinare il convincimento che il ciclo dei diritti - che in questi ultimi tempi ha predominato in maniera quasi esclusiva - debba essere completato dalla stagione dei doveri e delle regole. Per produrre nuova classe dirigente, connotata da una filiera di meritocrazia.
L'anno scorso il Financial Times non ha citato alcun italiano tra le 50 persone che hanno segnato il primo decennio di questo secolo. E ancora. La rivista Foreign Policy tra i 100 «opinion leader» che hanno caratterizzato l'anno, non ha elencato alcun cognome italiano. L'Italia non mostra capacità incisiva e trasmissiva. Risalire la china per costruire il futuro è molto complicato e non esistono ricette semplici.
Per prima cosa è necessaria un'alleanza tra famiglia e scuola. I padri - comprendendo anche professori, politici, educatori - si trasformano spesso in padroni, padrini, patrigni. Intendiamo per padri, in accordo con Alessandro D'Avenia, tutti coloro a cui sono affidate le vite di altri, ponendosi al servizio di questi (La Stampa, 24 dicembre 2010). Divorano il presente e il futuro dei figli, come il Crono della mitologia, uno dei Titani, figlio di Urano che ingoiava i suoi bimbi appena nati.
Si registra un singolare fenomeno negativo. Il 22 per cento dei giovani tra i 15 e 29 anni - in genere diplomati e laureati - circa 2 milioni, nel nostro Paese, né lavorano né seguono corsi di studio o formazione. Collocati in un limbo sociale, distaccati dal mondo, incapaci e impossibilitati a qualsiasi reazione o intervento. Un disastro.
Eppure l'immediato futuro prevede una domanda senza precedenti di alta formazione e di investimento in capitale umano, la «knowledge economy», cioè beni e abilità cognitive che non hanno forma tangibile. In questo campo l'Italia è tra gli ultimi classificati. Con una aggravante. Si stima che circa 90.000 studiosi italiani lavorino all'estero. Un capitale umano altamente qualificato, che noi abbiamo formato e che è costato alla comunità - dalle elementari al dottorato di ricerca - 600.000 euro per individuo.
Per contro, in tutto il mondo, si dovrà ridurre il peso dello Stato, per concedere spazi più ampi ai cittadini liberi e responsabili e alla società tutta. È finito - come dicono alcuni con incisiva espressione - lo «Stato Leviatano», riprendendo il titolo di un trattato del filosofo inglese Hobbes, in cui è esposta la teoria dello stato assoluto.
È stata approvata, dopo 50 anni, una riforma della scuola e dell'università. Bisogna renderla operativa con i decreti attuativi e le norme delegate. Un primo passo verso la modernizzazione dell'istruzione. Gli oppositori sono permeati, quasi sempre, da concezioni non liberali, mascherate da visioni progressiste, le quali mirano solo a difendere l'esistente, attraverso l'influsso di chiuse corporazioni e oligarchie che vedono i cambiamenti come minacce.
È stata disegnata la planimetria del progetto. Ora occorre costruire la casa. Vogliamo ripetere il famoso incitamento di Papa Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura». L'innovazione è l'unico propellente per decollare nel mondo globale.
Per vero bisogna ancora affinare il motore della riforma universitaria, in un cammino appena iniziato. Ma, soprattutto, bisogna meglio spiegarla. Si è prodotto un grave difetto di comunicazione. È arrivato il tempo dell'ascolto. Bisogna mettere al centro il tema del dialogo. Quando la protesta non è lordata dalla violenza, sempre fuorviante e perdente.
I giovani, i ragazzi, gli studenti, hanno accumulato illusioni e delusioni; non hanno certezza sulle possibilità di lavoro; temono di dovere emigrare per fare ricerca e trovare occupazione; intravedono un futuro sempre più difficile. Per questo esprimono con forza - spesso unita a ingenuità - la volontà di protestare e lottare. Il dissenso come barometro della sofferenza. Anche nel proporre posizioni apparentemente inconciliabili, emerge un diffuso desiderio di dialogo.
La mediazione tra presente e futuro può avvenire solo attraverso un patto generazionale e un cammino condiviso, che ritrovi ideali e iniziative di leadership. Per non vedere dissolversi l'avvenire dei ragazzi. Dobbiamo discutere le loro preoccupazioni, esigenze e proposte, che derivano da un malessere crescente dovuto a disoccupazione e precarietà: costruendo insieme ponti - metafora di approccio, mezzo, opportunità, colloquio, condivisione - ricordando Calvino.
«Diamo risposte - ha detto con saggezza il Presidente Giorgio Napolitano, incontrando gli studenti - a una generazione inascoltata. E tutti noi, che abbiamo responsabilità nelle Istituzioni, dobbiamo capire le loro esigenze». Un appello alla coesione e allo spirito di condivisione. Esortazione ribadita dal Capo dello Stato due giorni addietro, in occasione del messaggio di fine anno.i giovani e la formazione

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