Si proceda sulla strada delle riforme

Poteva andare meglio, ma anche peggio. Meglio, nel senso che le fasi finali del dibattito sul Ddl Gelmini, segnate prima da una fretta un po’ indecorosa della maggioranza di concludere e poi da un insensato ostruzionismo di Pd e Idv, che aveva l’unico scopo di ritardare il voto finale, non sono stati precisamente un esempio di buon funzionamento della democrazia parlamentare.
Meglio, perché, nonostante la diminuzione degli incidenti rispetto al fatidico 14 dicembre si sono dovuti registrare ancora deplorevoli episodi di teppismo e di guerriglia urbana, più a Palermo, Milano, Napoli e Genova che a Roma. Meglio, perché i disordinati e non programmati cortei inscenati in varie città hanno creato gravi disagi ai cittadini, in una delle giornate tradizionalmente di maggior traffico e di più intensi commerci, suscitando reazioni furiose da parte degli automobilisti intrappolati. Ma anche peggio, perché se gli studenti della capitale non avessero deciso di sostituire la fantasia alla violenza, e se il capo dello Stato non avesse acconsentito a riceverne una rappresentanza - con l'obbiettivo, ovviamente, non di prestarsi a una modifica della legge, ma di calmare le acque - avremmo potuto vivere un altro giorno di tregenda.
L'impressione è che la settimana trascorsa tra le due giornate di protesta sia servita in qualche modo a fare decantare la situazione. Il ministero degli Interni ha avuto tutto il tempo per realizzare un nuovo piano di prevenzione degli incidenti, nello stesso tempo più efficace e meno suscettibile di provocare scontri. Sebbene il progetto di applicare alle manifestazioni studentesche il famoso Daspo ideato per gli ultra dello stadio sia rimasto sulla carta, ha probabilmente fatto riflettere la parte meno politicizzata dei dimostranti del 14, inducendoli a restare a casa. Un'altra mossa intelligente è stata quella di invitare i genitori degli studenti medi, ancora soggetti (si fa per dire) alla disciplina familiare, a premere sui ragazzi perché non si lasciassero nuovamente coinvolgere in uno scontro di cui, probabilmente, non conoscono neppure i termini. I giovani più riflessivi e non animati da furia antigovernativa, dal canto loro, devono avere capito che, per quanto strepitassero, non c'era più modo di fermare il DDL (la richiesta a Napolitano di non firmare la legge era solo un espediente propagandistico) e che se avessero continuato sulla strada intrapresa la settimana scorsa si sarebbero alienati molte simpatie.
In un certo senso, anche i sette giorni di acceso dibattito sui meriti e demeriti della riforma, e sul senso profondo della protesta giovanile possono essere stati utili a ridimensionare la partecipazione alla protesta e soprattutto a metterla meglio a fuoco. La ministra Meloni, per esempio, ha sintetizzato bene la situazione quando ha dichiarato che «a parte pochi violenti, sono ragazzi che protestano per esprimere un disagio vero: quello della prima generazione che fronteggia una realtà peggiore di quella dei loro padri». E molti studenti devono avere finalmente capito che buona parte dei loro slogan avevano poco a che fare con i contenuti della riforma, che ha riscosso consensi anche da illustri docenti di sinistra.
L'importante, comunque, è che una delle principali, se non la principale riforma di questa legislatura stia finalmente per arrivare in porto, e che la protesta, sicuramente in parte «pilotata» e infiltrata da estremisti, non sia degenerata in un nuovo 77. Adesso c'è da augurarsi che il successo della Gelmini, cui bisogna riconoscere di avere gestito l'intera vicenda con moderazione e buon senso, incoraggi il governo - ammesso che duri ora che anche la Prestigiacomo si è messa a contestare - a procedere sulla strada delle riforme.

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