Pubblica amministrazione, uno studio su riforme e alta formazione presentato a Roma

I dati dell'indagine dell'Associazione Management Club svelano ancora una volta la profonda spaccatura che separa Nord e Sud del Paese, principale causa di inefficienza e scarsa competitività

ROMA. I dirigenti pubblici e i nodi del cambiamento. Scenari e prospettive in Italia e in Europa. Lo studio, presentato ieri a Roma, è frutto di un'indagine multidisciplinare promossa dall'Associazione Management Club e realizzata dall'Osservatorio sulle riforme e l'alta formazione della pubblica amministrazione che opera alla Luiss nell'ambito del Centro di ricerca "Vittorio Bachelet" e mette a fuoco il ruolo del management pubblico nell'amministrazione statale.



«Al centro della trattazione - spiega Renato Cuselli presidente di AMC – c’è la fase storica che stiamo vivendo. L'identikit del ceto dirigente che se ne ricava offre molti spunti di riflessione, a partire da alcuni dati quantitativi, che svelano ancora una volta la profonda spaccatura che separa Nord e Sud del Paese, principale causa di inefficienza e scarsa competitività».

Sono tre milioni e mezzo i dipendenti della P.A. di cui 306 mila con qualifica dirigenziale, un potenziale umano che incide per il 15 % dell'intero PIL nazionale. Trecento miliardi di euro ogni anno vengono investiti per l'amministrazione della giustizia, per la scuola, la salute, la sicurezza. Questo importante motore economico è purtroppo mal distribuito e poco valorizzato.



La Sicilia annovera 21.104 dipendenti stabili su 5 milioni di abitanti, di cui 2.250 dirigenti. Una crescita che è in controtendenza rispetto alle altre amministrazioni locali, dove si è registrata una contrazione. Il rapporto dirigenti - dipendenti in Sicilia è di un responsabile ogni 8,4 dipendenti, contro una media nazionale che è pari a un dirigente ogni 15 dipendenti. «Ogni dato va però preso con le molle - precisa il sociologo Antonio La Spina che con Vincenzo Antonelli ha curato la ricerca - la Regione ha funzioni amministrative che in altre regioni spettano, ad esempio, allo Stato, o alle province. Si pensi ai beni culturali, o ai Centri per l'impiego. Pertanto, una differenza in aumento è in parte (ma solo in parte) giustificata».

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