Guerriglia a Roma, i rischi dell'impunità

«Rispetto i magistrati, ma non condivido»: con il suo solito tono pacato il ministro degli Interni Maroni, nel riferire al Senato sulla guerriglia urbana di martedì, ha aperto l'ennesimo conflitto tra il governo di centro-destra e le toghe; e il Guardasigilli Alfano ha rincarato la dose, inviando i suoi ispettori per verificare se la decisione di rimettere in libertà i giovani fermati durante i disordini romani è «in conformità formale e sostanziale con le norme». L'Associazione nazionale magistrati ha subito denunciato «la indebita interferenza», rivendicando per l'ennesima volta la propria autonomia. In effetti, è possibile sostenere, su un piano strettamente formale, che un ministro che in Parlamento critica una decisione dei giudici non rispetta la divisione dei poteri. È anche possibile che, con la nostra legislazione garantista, non esistessero elementi sufficienti per trattenere in prigione i dimostranti sotto processo, neppure in presenza del pericolo di reiterazione del reato. Ma, almeno per questa volta, i ministri del centro-destra sembrano avere interpretato molto meglio dei magistrati romani gli umori dell'opinione pubblica: a giudicare dai commenti dei lettori dei principali quotidiani on line, compresa perfino Repubblica, la maggioranza degli italiani sta infatti dalla parte delle forze dell'ordine, non crede alla storia degli infiltrati e avrebbe voluto che i giovani fermati pagassero ben più cara la loro partecipazione agli scontri. Quel che i cittadini sembrano maggiormente temere è che l'immediata liberazione di tutti i giovani sediziosi su cui, nel parapiglia, la polizia è riuscita a mettere le mani, trasmetta alle migliaia di altri che sono riusciti a farla franca un senso di impunità, incoraggiandoli così a fare il bis già in occasione della votazione finale sulla riforma Gelmini. Per molti, è irrilevante che gli arrestati siano, probabilmente, solo dei comprimari degli incidenti e che i professionisti della violenza responsabili delle devastazioni siano riusciti a scappare: era, comunque, opportuno dare un esempio, far capire per tempo che non verrà tollerato un ritorno al clima sessantottesco e che è ora di finirla con il mito che quelli che scendono in piazza hanno sempre ragione.
Lo scontro governo-magistratura si innesta in realtà in uno molto più ampio, che coinvolge l'intera società, e con la solita divisione sinistra-destra corretta da una certa trasversalità. Da una parte ci sono coloro che, pur condannando le violenze (ma attribuendole a prescindere a pochi facinorosi o addirittura a provocatori) sostengono che gli studenti si battono per una buona causa, che la loro ira è giustificata e che per evitare che la protesta si trasformi in rivolta bisogna dare loro subito risposte concrete. Dall'altra, sta chi ritiene che la protesta contro la riforma dell'Università sia non solo ingiustificata, ma serva in realtà da pretesto per dare sfogo a un ribellismo nichilista, incoraggiato da politici irresponsabili che pensano di strumentalizzarlo contro il governo e pilotato da gruppi violenti «animati - come dice Maroni - solo dall'intento di creare incidenti».
Ad avvelenare il clima ha contribuito il tentativo, alquanto maldestro, di alcuni esponenti dell'opposizione di insinuare che la polizia, attraverso fantomatici infiltrati, sia stata corresponsabile degli scontri. Le accuse non sono solo ingiuste, tenuto conto della moderazione di cui le forze dell'ordine hanno dato prova di fronte agli assalti, ma anche pericolose in vista del seguito che probabilmente ci aspetta. L'allarme che ha suonato al riguardo il capo della polizia Manganelli appare più che giustificato dalle circostanze, e c'è da augurarsi che tutti, maggioranza e opposizione, ne tengano conto: ci sono di nuovo in giro dei cattivi maestri, ma, se non vogliamo che il clima degeneri, bisogna isolarli.

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