Paternò, donne esattrici nel paese vessato dai clan

Le mogli dei boss non svolgevano il ruolo solo di collegamento all'interno delle “famiglie” ma riscuotevano il pizzo, e si facevano accompagnare da giovani “rampolli” quando ritiravano la tangente

CATANIA. Donne che non svolgevano il ruolo solo di collegamento all'interno del clan ma anche di esattrici del 'pizzo', che si facevano accompagnare da giovani 'rampolli' del clan quando ritiravano la tangente. E' uno dei dati emersi dall'inchiesta 'Baraonda' della Dda della Procura di Catania culminata con il fermo di 21 presunti appartenenti alla cosca Morabito-Rapisarda di Paternò, legato a Cosa nostra, eseguito da carabinieri del comando provinciale etneo.
Tra i destinatari del provvedimento ci sono anche il capo storico della cosca, Vincenzo Morabito, e Salvatore Rapisarda, indicato come il referente di zona del gruppo Laudani. I due erano stati scarcerati da meno di due anni, ma erano tenuti sotto controllo da carabinieri della locale compagnia che hanno eseguito intercettazioni ambientali e telefoniche. Indagini che hanno permesso di scoprire il presunto ruolo importante all'interno del clan anche della moglie di Morabito, Rosaria Arena, che è tra i fermati. Come altre due donne, Lucia Immacolata Marici e Giuseppina Puglisi, che la Procura ritiene inserite nella cosca.
Il gruppo è accusato di gestire in maniera estesa a Paternò il racket delle estorsioni, il traffico di droga e il cosiddetto cavallo di ritorno (il pagamento di una tangente per la restituzione di un'auto o una moto rubate), grazie a una rete ramificata e radicata nel territorio. Il 'pizzo', secondo l' accusa, era chiesto e ottenuto senza bisogno di grosse sollecitazioni perché, hanno spiegato i magistrati della Dda di Catania, bastava il nome della cosca a intimidire. Le vittime, decine di imprenditori e commercianti, non hanno collaborato alle indagini dei militari dell'Arma che hanno accertato come venissero taglieggiate secondo il loro livello di capacità economica, anche con il prelievo di merce in cambio dei soldi. Tecnica quest'ultima utilizzata soprattutto alla vigilia di grandi feste, come Natale e Capodanno.
La cosca, è emerso da intercettazioni, sarebbe in possesso di armi e esplosivo, che non sono stati ritrovati. Accertamenti sono in corso anche su un attentato incendiario che, meno di due mesi fa, ha distrutto l'auto di un ufficiale dei carabinieri di Paternò. L'episodio non è contestato nell'inchiesta ma è servito da acceleratore alla Procura che, visto il rischio di un'escalation criminale nel paese etneo, ha disposto i fermi.
All'inchiesta hanno dato un contributo anche due pentiti della cosca Laudani, Carmelo Riso e Nazareno Anselmi. Le indagini dei carabinieri sono state coordinate dal procuratore capo Vincenzo D'Agata e dai sostituti della Dda di Catania, Giovannella Scaminaci, Pasquale Pacifico e Assunta Musella.

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