Se la serie A torna ad affascinare

Un campionato appassionante, così come la vittoria della Juventus sulla Lazio. Non diverte soltanto il calcio spagnolo. Se anche l'Inter tornerà a lottare sarà un anno memorabile

Andrea Agnelli aveva detto: «Chi dice che la Juve è da scudetto prende in giro i tifosi». Dopo la incredibile, emozionante vittoria sulla Lazio, Del Neri e Marotta - come il gatto e la volpe - han riso sotto i baffi. La loro Juventus, poco spettacolare, tecnicamente mediocre, ma con attributi ciclopici e quel Krasic nedvediano, ha anche quel tanto di fortuna che premia gli audaci. Peccato per la Lazio, vien subito da dire, che aveva tenuto testa per novantatrè minuti alla Juve, spesso mettendola sotto con un gioco più elegante e periglioso. Peccato per Reja, che la partita a goriziana stava vincendola con la forza dell'esperienza arricchita dalla qualità di un gruppo straordinario. Il fatto è che la squadra dell'Onesto Gigi, invece di intristirsi in lamenti e proteste inutili, ha acquisito quella modestia che fa forti anche i mediocri, arricchendosi di lavoro, passione e fiducia. Più di quanta non ne abbia il giovane Agnelli che forse - a differenza del padre Umberto, piemontese un po’ snob - ama anche la scaramanzia, e la sottile arte del possibile appresa alla scuola di Luciano Moggi. Con Del Neri il ruvido e Reja il giurassico - comunque alla pari nei novanta minuti più belli della stagione - chissà come se la passano i Sapientoni, i raffinati cantori del belnulla. Si esibiscono sui media cinque giorni la settimana, almeno da quando esiste lo Spezzatino della paytivù: sono quelli che hanno inventato il calcio, un esercito di Opinionisti che hanno distribuito non competenza e informazioni ma direttive. La prima: abbasso il calcio italiano, viva il calcio spagnolo. Chiacchiere. Dopo un turno di campionato frammentato oscenamente abbiamo comunque l'immagine di un campionato appassionante e fascinoso. Dopo la squillante vittoria del Napoli sul Genoa, che candida gli azzurri alla Champions, la notturna torinese ha reso ancor più credibile la classifica di vertice.
Nel frattempo, credibilissima, una squadra sola al comando, il Milan: la guida Max Allegri, l'unico livornese che piace a Berlusconi, un tecnico a dir poco rivoluzionario rispetto alle banalità del calcio nostrano post Mourinho (che peraltro si complimentò con lui quando gli strappò la Panchina d'Oro), un Sacchi meno fantasioso e più pragmatico, visto che a differenza dell'inventore di Fusignano ha un passato di vent'anni da onesto centrocampista in quattordici squadre, radici toscane da pedatore e quindi da allenatore per un settennato di crescita inarrestabile fino alla chiamata in rossonero che lo sta consacrando degno erede di Ancelotti: più scaltro, però, più audace e autonomo rispetto ai voleri del Capo Supremo. Allegri frena Ronaldinho, ma non lo «taglia»; propone all'avvio una squadra stracoperta e muscolare con i Tre Mediani ma presto, dopo un discusso rodaggio, la trasforma in una macchina da corsa con Boateng, Robinho e Ibrahimovic puntuali al gol e un Pirlo revisionato a zero chilometri soprattutto per escludere (almeno nella psicologia dl gruppo) la Ibradipendenza; lo svedese - astuto e divertito - sta al gioco e mentre continua a firmare gol pesanti produce anche pesantissimi assist. Alla vigilia del buon riposo, a girone pressoché consumato, Lazio, Napoli e Juve, fors'anche Palermo, inseguono il già giurassico Milan rinvigorito da Boateng, dando qualità e emozioni a un campionato combattutissimo (altro che l'annoiato dualismo di Barça e Real) cui manca solo la fascinosa follìa dell'Inter. Se Rafa tornerà padrone della sua indiscussa bravura, il 2011 sarà un anno calcisticamente memorabile.

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