Europa e dibattito sugli eurobond

Eurobond o soltanto un Fondo per sostenere, di volta in volta, i paesi più deboli? Ridurre il costo del debito anche per i Paesi meno virtuosi o costringerli ad adottare dure misure di risanamento economico-finanziario prima di garantire loro la salvezza? In queste due domande è sinteticamente contenuta la profonda differenza di opinioni sugli eurobond tra Junker e Tremonti da una parte e Angela Merkel dall'altra. Una radicale differenza di vedute che riguarda il futuro dell'Europa e il destino «esistenziale» dell'euro piuttosto che il semplice andamento del rapporto di cambio euro-dollaro. 
Tenuto conto del paese di origine, c'è chi sostiene che la visione della Merkel sia più prussiana che europeista e risponda a una miope previsione degli interessi a breve termine della Germania. Apparentemente questa tesi ha un qualche fondamento: se l'euro si svaluta rispetto al dollaro le esportazioni tedesche continuano a galoppare sostenendo in modo determinante la crescita dell'economia germanica. I tedeschi non avrebbero dunque alcun interesse ad un euro più forte. Ma questa tesi è troppo semplicistica poiché «a ruota» della crescita tedesca vi sono molte economie europee più fragili, quella italiana prima di tutte. Se le esportazioni tedesche aumentano, cresce anche la produzione italiana che uno dei principali fornitori di semilavorati per l'industria tedesca. Un euro più debole, in buona sostanza, va bene per tutti i paesi esportatori europei. Ma è troppo semplicistica anche per un altro motivo. Dal momento che le banche tedesche sono tra le maggiori proprietarie di titoli di stato dei paesi più deboli (Irlanda, Portogallo, Spagna ma anche Italia) sarebbe un gratuito suicidio mandare questi paesi in «default» e poi intervenire sulle banche tedesche per ricapitalizzarle. In realtà la Merkel ha parecchie buone ragioni dalla sua parte. Se i paesi meno virtuosi non mettono a posto le proprie finanze, l'euro continuerà ad essere strutturalmente debole nonostante l'avvento degli eurobond. E poi che senso avrebbe finanziare il Portogallo e la Grecia con lo stesso tasso di interesse praticato alla Germania? E perché quest'ultima dovrebbe accettare di far pagare più tasse ai propri cittadini per finanziare un sovracosto del debito del tutto immeritato? In realtà togliere le castagne dal fuoco ai paesi poco virtuosi significherebbe non rendere un buon servizio all'Europa dal momento che nessuno di costoro sarebbe incentivato a recuperare la propria virtù. Al contrario, i cattivi esempi potrebbero moltiplicarsi. Ben altra cosa sarebbe se gli eurobond tornassero alla loro originaria finalità che non è quella di finanziare il debito dei paesi più dissoluti ma di sostenere lo sviluppo dell'economia con il lancio di programmi infrastrutturali, a sostegno della crescita, particolarmente ampi e ambiziosi. Come giustamente notava qualche giorno fa il governatore Draghi, senza la crescita i problemi finiscono per incancrenirsi e le soluzioni divengono più difficili. Storicamente si può dimostrare che il debito pubblico ha un tasso di crescita più elevato nei paesi dove la dinamica del PIL è più contenuta e che l'eventuale incremento della pressione fiscale non soltanto non è in grado di ridurre il tasso di crescita del debito ma, al contrario concorre soltanto a ridurre la crescita del PIL e, in conseguenza, ad aumentare il debito stesso. Una situazione che fa venire in mente una scena di caccia, frequente nelle rappresentazioni dell'epoca vittoriana, nella quale i cani (pressione fiscale e PIL) nell'inseguimento della lepre (il debito) finiscono per sbranarsi l'uno con l'altro. Se gli eurobond fossero destinati a finanziari i grandi programmi infrastrutturali europei verrebbero direttamente favoriti proprio i paesi, come l'Italia, che non possono promuovere politiche espansive della domanda a motivo dell'eccessiva dimensione del proprio debito e del suo enorme costo. Ma gli effetti di moltiplicatore della domanda globale per consumi e investimenti, innescati da questi programmi, finirebbero per beneficiare non soltanto i grandi paesi debitori ma l'intera economia europea, Germania compresa. Si tratterebbe di varare una politica keinesiana, senza il suo principale e insuperabile inconveniente, il "deficit spending". Tra l'altro nei periodi di bassa crescita, come quello attuale, la BCE potrebbe concorrere a sottoscrivere gli eurobond immettendo liquidità nel circuito economico a sostegno della domanda.
La crescita economica renderebbe più celere la riduzione del debito per tutti i paesi in difficoltà e ne ridurrebbe il costo, liberando risorse incrementali per l'ulteriore sostegno dello sviluppo. Ma proprio questo è il punto. Per affrontare a breve termine gli effetti nefasti della crisi finanziaria l'Europa dispone di una leadership politica che già fatica a trovare un accordo su questioni di secondaria importanza. Purtroppo non dispone di leader capaci di una visione strategica di lungo periodo che renda la gente consapevole e pronta a pagare il prezzo del risanamento finanziario purchè sia manifesto e credibile il contratto di scambio tra i sacrifici presenti e i benefici futuri. Non è indispensabile il signor Assange di Wikileaks per farci intendere che i cani continueranno a sbranarsi nell'infruttuoso inseguimento di una lepre sempre più irraggiungibile.

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