Yara e l'abbaglio sul fermo del marocchino

Hanno retto poche ore, le accuse contro Mohammed Fikri, il giovane marocchino accusato del sequestro e dell'omicidio di Yara, la ragazza d Brembate misteriosamente scomparsa il 26 novembre scorso. Gli indizi che hanno portato al suo fermo, mentre era a bordo di una nave diretta in Marocco, in meno di 48 ore si sono liquefatte, le indagini ripartono da zero. La frase «Allah mi perdoni, non l'ho uccisa io», finita nel faldone dell'accusa è stata mal tradotta, ha spiegato il marocchino davanti al giudice per le indagini preliminari. Inoltre, non ha tentato la fuga: quel biglietto per il Marocco era stato acquistato da tempo. L'impianto accusatorio è crollato, è stato lo stesso Pubblico Ministero a riconoscerlo.
Capita di prendere abbagli; il problema è quando a questi abbagli non si pone rimedio e ci si accanisce; e capita, purtroppo, che a sbagliare siano anche gli investigatori, che come tutti sono esseri umani. Quello che non dovrebbe capitare è che qualche compiacente «gola profonda» si incarichi di raccontare ai giornalisti la frase che, estrapolata dal suo contesto, e per di più tradotta male, costituiva all'apparenza un inequivocabile atto d'accusa nei confronti del povero Fikri. Sommessamente: al ministero della Giustizia non credono che sarebbe il caso di attivarsi per capire di chi sia la responsabilità per quanto accaduto?
In questi giorni si è detto e scritto di tutto, e non è da credere che tutto sia solo frutto di giornalisti privi di scrupoli che in qualche modo dovevano riempire la pagina bianca e corrispondere alle sollecitazioni di direttori e capiredattori «affamati» di notizie su questa vicenda. Le «farfalle» cui si è dato corpo in questi giorni non possono essere frutto solo della fantasia dei giornalisti a caccia di scoop: si è scritto che era stato il marocchino, assieme a un complice italiano; poi i complici sono diventati due; anzi c'è un intero branco di molestatori che scorazzava su un furgone bianco; che non era un furgone, ma un'auto rossa ammaccata...Non è la prima volta che accade, e non sarà neppure l'ultima, purtroppo. L'esperienza non insegna nulla, ogni volta è lo stesso copione.
Per fortuna - anche se molti in cuor loro lo desideravano - ci è stata risparmiata la campagna razzista e xenofoba; e proprio da coloro che ci si aspettava che non avrebbero perso l'occasione per cavalcare la vicenda - i leghisti - sono giunte parole caute e inviti alla prudenza: dal sindaco di Brembate al presidente della provincia di Bergamo. La parola d'ordine che circolava da subito tra gli uomini della Lega era compostezza, moderazione; vuoi perché memori di precedenti e recenti scottature, vuoi perché qualcuno deve aver capito che i conti non tornavano, fatto è che questa volta dal Carroccio sono arrivate parole di responsabilità e cautela.
Responsabilità e cautela che dovrebbe essere il «bagaglio» minimo e comune di tutti: giornalisti, investigatori, opinione pubblica: la prova e la sua fondatezza si forma nell'aula di un tribunale, quando accusa e difesa si confrontano, non in uno studio televisivo, sulla parola di esperti improvvisati; i giornalisti non dovrebbero mai dimenticare che le loro parole possono essere più letali di un'arma: ai tempi della repubblica veneta i giudici venivano ammoniti di ricordare la sorte del Fornaretto giustiziato innocente. Noi potremmo dire: ricordiamoci di Enzo Tortora. Agli investigatori andrebbe rammentato - e andrebbe energicamente ricordato loro - che nel loro caso, il silenzio è la principale virtù. Errare è umano. E non sarà per questo clamoroso errore (chiamiamolo così) che verrà mano la nostra fiducia nelle forze dell'ordine. Ma passare sottobanco brandelli di informazioni farlocche per guadagnare qualche riga di pubblicità, non accettabile, non è tollerabile, va sanzionato e punito. Lo diciamo soprattutto per l'onore e il lavoro di tanti carabinieri e poliziotti che svolgono il loro indispensabile, paziente, tenace, spesso pericoloso lavoro, che merita tutta la nostra gratitudine e sostegno, e non può essere sporcato in questo modo. fondi@gds.it

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