Mafia, quella Sicilia a due facce

Sembra una Sicilia a due facce, quella che gioca il suo risiko contro le cosche. C'è la Sicilia di una Palermo in cui l'azione militare dello Stato ha portato il procuratore Messineo a dire che non ci sono più grandi latitanti cui dare la caccia. Quella stessa Palermo in cui anche la levata di scudi contro il pizzo ha prodotto nel tessuto imprenditoriale locale una nuova presa di coscienza, concretizzatasi in ribellioni e denunce che hanno fiaccato i colonnelli del racket. C'è invece una Sicilia che continua a tacere, spesso anche a proteggere. Anche in questa - purtroppo ancora ampia - fetta d'Isola l'azione investigativa si tramuta in azione militare sul campo, producendo risultati importanti. Un paio di giorni fa nella Partinico oppressa dal ritorno al potere dei Vitale, che imponevano il potere criminoso su appalti e commesse. E ieri a Caltanissetta: 21 fra boss e gregari agli arresti, ma il questore Guido Marino che non nasconde la sua amarezza, davanti al «quadro desolante» di una realtà che definisce in buona parte «acquiescente».
Che la mafia abbia deciso di dirottare il mirino dei propri interessi, deponendo le armi della guerra contro i poteri forti dello Stato e spostando il tiro sul tessuto economico e produttivo dei territori in cui opera, è ormai dato assodato. Così come sembra acquisita oggi una sorta di pax trasversale fra le cosche, tutte puntate verso interessi paralleli piuttosto che nei confronti di faide interne o di confine. Del resto, la cronaca non registra più da tempo omicidi «eccellenti», nè scontri insanguinati fra famiglie rivali. E questo appare essere effetto tangibile dell'azione repressiva dello Stato. Ma - e lo ripetiamo ormai da tempo - il segnale forte adesso lo devono dare i protagonisti della vita economica siciliana, quelli che manovrano il volano dello sviluppo e gestiscono affari (nel senso positivo e dunque lecito del termine), garantendo reddito e occupazione. In molti ancora preferiscono tacere o - peggio - scendere a patti con Cosa nostra, nella deviata convinzione che questo possa non danneggiare i propri interessi, quando non addirittura favorirli. Le manette scattate ieri dimostrano che la battaglia di legalità si può vincere. Ma deve essere la battaglia di tutti. Non solo di chi indossa una toga o una divisa.

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