Piano per il Sud, occasione da non fallire

E siamo ad un nuovo piano per il Sud. Viene da chiedersi se il nuovo piano rappresenti un mero adempimento da «fiducia» o piuttosto la scelta di contrastare un divario oramai insostenibile. Crediamo alla seconda ipotesi, anche se la sfiducia reciproca, tra centro e periferia, è ad un punto di guardia. Con il massimo rispetto dei fatti ed evitando di brandire la storiografia come un’arma di lotta politica, qualche verità comunque bisogna pur dirsela. In coincidenza con la nascita dello Stato unitario, la Sicilia produceva quasi la stessa quantità di ricchezza del resto dell’Italia; eravamo al 93% del Pil nazionale. Oggi, centocinquanta anni dopo, siamo a poco più della metà. Per la precisione al 58%.
Guardare a queste verità si deve. Magari sottraendosi alla lettura che del problema si fa, ora dal punto di vista del nord, ora dal sud. Quando nacque l'Italia, ogni mille chilometri quadrati, si contavano 15 chilometri di linee ferrate. Al sud appena 1,5 chilometri. Si potrebbe dire che il rapporto di uno a dieci oggi sia cambiato. Ma lo si può affermare anche con riguardo ai tempi di percorrenza? Lo si può dire con riguardo alla qualità dei materiali rotabili o magari con riguardo all'alta velocità, ferma a Napoli? Certamente no.
In oltre sessant'anni lo Stato ha immesso nel mezzogiorno italiano circa 400 miliardi di euro in valore attuale. Una cifra enorme ma che tuttavia annichilisce, quando si pensa che la Germania in appena 25 anni, ha immesso nella ex Ddr quasi 1.500 miliardi di euro! E per di più risolvendo il divario. Ma, volgendo il capo dall'altro lato, viene da chiedersi anche che uso abbiano fatto le classi dirigenti, siciliane e meridionali, dei tanti soldi ricevuti. Purtroppo non esiste il superlativo di pessimo.
Eserciti di dipendenti pubblici e di precari a vario titolo, rappresentano l'unica, fallace risposta al problema dato. Bilanci ingessati e servizi pubblici da terzo mondo, costituiscono il figlio degenere di sciagurate politiche. Appena qualche settimana fa il presidente della Repubblica invitava i Meridionali a preoccuparsi delle proprie classi dirigenti, piuttosto che indulgere sulle ansie da federalismo immanente. Ed allora, se molto ha da rimproverarsi lo Stato, non meno deve fare il Sud. Forse un giorno la nostra storia potrebbe essere scritta evitando i piagnistei meridionali, ma scansando anche le idiosincrasie leghiste. E tuttavia, per non cadere nel medesimo equivoco, di «merito» dobbiamo comunque parlare. Il nuovo Piano per il sud, così come viene anticipato, vorrebbe mettere in movimento i famigerati fondi FAS, quelli destinati allo sviluppo ma anche i fondi europei non spesi. La linea del governo punta ad incentivare le imprese, a realizzare alcune grandi infrastrutture di trasporto, a contrastare il lavoro nero e le organizzazioni criminali ed a promuovere la ricerca. Numeri ed obiettivi ancora ci dicono poco, ma alcune idee aannunciate» sembrano meritevoli di grande attenzione.
Una prima grande novità sarebbe la gestione centralizzata dei fondi per le imprese, in alternativa al fondo perduto. Se ne occuperà la nascente Banca per il Sud che, in quanto tale, non darà più soldi a perdere, ma credito agevolato, capitale di rischio e garanzie. Una manna per le imprese (almeno quelle vere) che oggi affogano in una crisi di liquidità, che le sta consumando dall'interno. La stessa filosofia è alla base della scelta di commissariare le regioni tardive o inadempienti nella spesa dei fondi per gli investimenti. A parte una bella fetta di risorse da destinare a ricerca, sviluppo tecnologico ed innovazione, si punta poi anche all'edilizia scolastica. Chissà quanti studenti siciliani, oggi impegnati nelle loro legittime proteste, sono informati che in un anno si bruciano 60 euro a testa solo per gli affitti delle scuole, mentre nel resto del Paese se ne spendono 30.
Ridurre, poi, la litigiosità delle aule giudiziarie ed introdurre nuove forme conciliatorie, come annuncia il Piano, potrebbe essere di grande aiuto nella ricerca di soluzioni per abbreviare i tempi della giustizia civile, enormemente più lunghi al sud. Resta infine la questione dei servizi pubblici che il Piano vuole profondamente riqualificare, specie con riguardo ai rifiuti. Questa battaglia, se vinta, sarebbe epocale. Oggi una regione come la Sicilia vive la drammatica combinazione di un bilancio pubblico ingessato da stipendi, pensioni e precariato, a fronte di un livello di qualità dei servizi pubblici senza commenti. Se portassimo a casa livelli di servizi come nel resto d'Italia, più che di un nuovo Piano per il Sud, potremmo veramente parlare di un nuovo Sud.
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