Gli studenti e la rivolta contro le istituzioni

«Siamo entrati a Palazzo Madama dove non era mai entrato nessuno!» ha urlato trionfalmente nel megafono uno degli studenti che hanno preso d’assalto il Senato nel corso della manifestazione contro la riforma Gelmini che ha sconvolto ieri il centro di Roma. La frase riassume perfettamente la gravità di quanto è accaduto: più che di una dimostrazione, si è trattato di una specie di rivolta contro le istituzioni, che si apprestano a trasformare in legge una riforma dell’Università che, pur con tutte le limitazioni dovute alla congiuntura economica e gli inevitabili difetti, ha riscosso il consenso anche di moltissimi docenti neutrali o vicini all’opposizione e viene comunque giudicata indispensabile per salvare la credibilità dei nostri Atenei. Per la prima volta dà spazio alla meritocrazia, muove acque da sempre stagnanti, dà perfino un po’ di respiro alla ricerca. Ma tutto questo, evidentemente, interessa assai poco ai protagonisti dei disordini. «Gli studenti che contestano le riforme», ha osservato giustamente il ministro.
«Finiscono col difendere i baroni, i privilegi e lo status quo. Alcuni sono strumentalizzati da esponenti politici della sinistra, che oggi sono stati protagonisti di una sceneggiata sui tetti delle università. Bersani in questo modo dimostra poco rispettoso nei confronti dell'Aula che in queste ore sta discutendo una riforma che rivoluziona l'università italiana», ha aggiunto la Gelmini.



Uno degli aspetti più gravi della manifestazione è proprio la strumentalizzazione che ne è stata fatta non solo dal segretario dei Pd, ma anche da Paolo Ferrero, da altri esponenti dell'opposizione e dalla Cgil. La loro partecipazione a un evento in cui trionfava lo slogan degli estremisti - «Bloccheremo il Paese a partire dalle Università» - non è altro che il tentativo di usare la massa d'urto studentesca - a prescindere dai contenuti della riforma - per dare un'altra spallata al governo che si propongono di abbattere. Ma bisogna dire che la Gelmini ha saputo rispondere loro a tono: «Ai leader della sinistra dico che non basta salire un'ora sul tetto per far dimenticare come la loro parte ha ridotto l'università pubblica in Italia. Per anni la sinistra ha impedito, per motivi culturali, che nelle università venisse premiato il merito - aggiunge -. Sono stati umiliati i migliori per promuovere parenti e amici. È da respingere il tentativo maldestro di alcuni di addebitare al governo o ai tagli l'inefficienza del sistema universitario. I soldi invece ci sono sempre stati, ma sono stati usati per moltiplicare posti, corsi di laurea inutili e sedi distaccate non necessarie».
Comunque, l'indegna gazzarra di ieri non farà certo fare marcia indietro al governo, per cui la riforma universitaria è una pietra miliare. Non farà bene neppure all'opposizione, troppo disinvolta nel cavalcare una protesta che, viste anche le solite infiltrazioni, era fin dall'inizio suscettibile di degenerare. Se mai, a giudicare almeno dalla maggioranza dei commenti dei lettori dei principali quotidiani on-line, ha mobilitato contro i "ribelli" una fetta di opinione pubblica. Chi non ha idee preconcette e si è preso la briga di esaminare almeno i punti principali della riforma, non può infatti che deplorare il massimalismo pressappochista dei dimostranti. In tempo di vacche magre come questi, in cui i governi di ogni colore devono tagliare la spesa pubblica, ogni categoria cerca di difendere le proprie posizioni. Avviene in tutto il mondo occidentale, con maggiore o minore violenza, come abbiamo costatato in Francia, in Gran Bretagna e in Spagna; ma "est modus in rebus", e gli studenti italiani non sono certo la categoria più penalizzata

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