Scuole occupate, si calpesta il diritto allo studio

Siamo ormai così abituati all’ondata di occupazioni che ogni anno, puntualmente, all’inizio dell’inverno, getta nel caos le nostre scuole superiori, da essere tentati di considerarle un fenomeno stagionale, come i reumatismi o l’influenza, e di non sprecare tempo a denunziarne i tanti aspetti negativi. Ma è una tentazione che è bene respingere.
Non tanto perché si possa pretendere di influire sulle dinamiche in atto, ma perché è importante che la "costanza della ragione" non venga meno anche quando - in questa come purtroppo in tante altre situazioni della nostra vita pubblica - sembra che il corso degli eventi vada in senso opposto al buon senso.
Prima di tutto, un chiarimento. Qui non è in gioco la bontà o meno delle misure governative nei cui confronti la protesta viene mossa. Chi scrive ha a questo proposito un'opinione molto critica e non condivide la linea del ministro Gelmini più di quanto la condividano gli studenti che la contestano. Il problema, qui, è un altro e riguarda le modalità che questa contestazione assume quando assume la forma dell'occupazione o, in alternativa, dei suoi surrogati: auto-gestione, co-gestione, assemblea permanente, etc.
Una prima osservazione critica, a questo proposito, riguarda la legittimità - sul piano non solo giuridico, ma anche etico - di una protesta che lede il diritto allo studio di chi, magari non condividendola, si trova di fatto impossibilitato a continuare a seguire il corso normale delle lezioni. Un analogo rilevo si può fare per quanto concerne la libertà d'insegnamento dei docenti, ampiamente violata non solo quando addirittura essi non sono in condizione di poter entrare nel loro istituto, ma anche quando ciò viene loro "permesso", a condizioni che in ogni caso non sono compatibili con il loro diritto, sancito dalla Costituzione, di svolgere il proprio lavoro come meglio credono, in base agli ordinamenti dello Stato.
Non si tratta, dicevamo, solo di legalità - che già comunque è un valore, spesso sbandierato in altre occasioni da quelli stessi che la calpestano quando fa loro comodo -, ma di giustizia sostanziale. Il diritto allo studio è l'unica via che nelle nostre democrazie si è riusciti a trovare per garantire, ai ragazzi provenienti dalla fasce più deboli socialmente ed economicamente, la possibilità di farsi valere, rispetto ai loro coetanei la cui formazione culturale e il cui successo sociale sono comunque assicurati dalle famiglie, a prescindere dalla preparazione acquisita nelle aule scolastiche. Le conoscenze che perde nelle ore bruciate fra assemblee improvvisate, "gruppi di studio" evanescenti e altre iniziative del genere, il figlio del professionista le recupera andando d'estate all'estero a studiare l'inglese a spese di papà, ma gli studenti delle famiglie meno agiate non le acquisiranno mai più. La scuola pubblica era la loro sola chance, e la sua paralisi annulla di fatto questa possibilità.
E se anche non ci sarà un recupero culturale para-scolastico da parte dei ragazzi "ricchi", ci penseranno poi i meccanismi sociali, a scuola finita, ad assicurare che, sulla base della eventuale comune ignoranza, il figlio di chi "conta" nella società trovi uno spazio, lasciandosi indietro gli antichi compagni di protesta. Insomma, le occupazioni sono purtroppo - contrariamente alle intenzioni di chi le promuove - un grosso incentivo (non l'unico, certo!) alla selezione sociale, che con i meriti ha ben poco a vedere.
A questa prima critica di fondo ne va aggiunta un'altra. Chi scrive non ha mai visto, in quarant'anni di insegnamento, un'occupazione scolastica che si sia svolta al di fuori del periodo che precede le vacanze di Natale. L'impressione inevitabile è che si tratti, nella stragrande maggioranza (per non dire nella totalità) dei casi, di fenomeni episodici, legati alla stanchezza dei primi mesi di studio e alla prospettiva di anticipare la pausa natalizia.
Questo di per sé non sarebbe tragico e andrebbe ascritto ad una logica goliardica che ha sempre approfittato di ogni occasione per "marinare" la scuola. Il problema diventa grave, però, se si pretende di attribuire a questa "goliardata" il valore di un impegno politico. Chi scrive è sempre stato convinto che a scuola la politica deve assolutamente entrare. A patto che sia quella, seria, che consiste nell'acquisire le conoscenze e gli stili appropriati ad una cittadinanza responsabile verso il bene comune. Da questo punto di vista la scuola dovrebbe essere un laboratorio prezioso dove imparare, senza indottrinamenti, a distinguere le diverse posizioni ideologiche oggi in campo, a darne una valutazione non basata sulla vuota propaganda, a confrontare queste posizioni teoriche con lo svolgersi degli eventi che si svolgono sulla scena pubblica del Paese, ad acquisire, alla fine, una propria matura visione delle cose.
Tutto questo, nelle nostre scuole, non viene nemmeno tentato dall'istituzione. Ma c'è di peggio: non viene neppure richiesto dai ragazzi, o almeno dalla maggioranza di loro. Così i giovani che escono dalla formazione scolastica sono la fotocopia degli adulti e, invece di preparare un'alternativa alla triste prassi politica oggi in voga, sono pronti a venire inglobati da essa.
In questo vuoto di politica, le occupazioni diventano un alibi illusorio quanto fugace. Durante, si fa ben poco; ma, soprattutto, dopo non si fa nulla. Anche perché bisogna recuperare con lo svolgimento dei programmi, con le interrogazioni, etc.
Insomma, piuttosto che cercare di costruire nel corso ordinario della scuola quel costante lavoro di educazione politica che dovrebbe essere fisiologico e durare tutto l'anno, ci si affida a estemporanei fuochi d'artificio, che presto si spengono e che, invece di contribuire a dar luogo in seguito a un modo di studiare diverso, consacrano quello vigente. Le occupazioni, da questo punto di vista, sono parentesi che in fondo non fanno altro che legittimare quel corso ordinario a cui ci si vorrebbe sottrarre. Il passato, del resto, conferma pienamente questa diagnosi.
L'alternativa a tutto questo non è certo subire passivamente gli eventi. Si tratta di aver la fantasia e la creatività per cercare strategie meno costose sul piano etico-giuridico e soprattutto più efficaci. Se si vuole davvero cambiare qualcosa e non solo anticipare le vacanze di Natale.

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