Obama e il suo viaggio in Cina

L’unica consolazione piena di un periplo di dieci giorni attraverso e attorno all'Asia, Barack Obama l'ha avuta dall'immediata vigilia del rientro e da un angolo che non era proprio il principale dei suoi obiettivi: la scarcerazione di Aung San Suu Kyi: un simbolo che le buone e vecchie parole sulla libertà, la democrazia, i diritti civili da qualche parte e con tante limitazioni ancora funzionano. A tutti piacerebbe che fossero efficaci ovunque, ma a nessuno forse più che all'attuale presidente americano, che in queste parole e dunque in queste cose, ostinatamente tuttora ci crede. Il resto dell'immenso continente, e di conseguenza del mondo, non è cambiato durante il lungo viaggio di Obama. Continua ad avere le sue prigioni, le sue frontiere in armi, le sue tensioni, quelle di oggi, quelle di domani e perfino, come in un riflesso condizionato, quelle di ieri. Nell'ultima tappa l'uomo della Casa Bianca ha toccato il suolo giapponese e nei colloqui con i suoi leader, prima a Yokohama e poi a Tokyo, ha ascoltato le loro preoccupazioni, non solo quelle croniche per la ipotesi della minaccia di una Corea del Nord fornita di armi nucleari, ma anche quelle acute: la contesa con la Cina per il possesso, un po' ittico e un po' simbolico, di due isolette sperdute nella mappa gigantesca del Pacifico, più un sussulto di polemica per altre due, questa volta con la Russia, riguardanti addirittura i confini della Seconda Guerra Mondiale. Obama non ha potuto consolare gran che i nipponici, anche perché essi hanno da qualche tempo, e in contrasto con le loro tradizioni, governi deboli, fragili, anzi effimeri. Ciononostante il Giappone rimane il più vecchio e il più fido tra gli alleati degli Stati Uniti in quella parte del mondo.
Assieme alla Corea del Sud, naturalmente. Ma le discussioni con i governanti di Seul non hanno portato molto frutto: Obama non è riuscito a condurre in porto il desiderato trattato commerciale tra Usa e Corea del Sud, perdendo così una buona occasione e lasciando il progetto «scoperto» a prevedibili «imboscate» del Congresso di Washington, che da gennaio sarà in mano ai repubblicani e alle loro tentazioni vendicative. Il presidente democratico ha cercato di rifarsi riaprendo in qualche modo le trattative con la Corea del Nord, modificando i toni e ottenendo da Pyongyang il riconoscimento che le divergenze con gli Stati Uniti si sono «ristrette».
I colloqui più impegnativi, naturalmente, sono stati quelli con i leader della Cina, nell'ambito prima del G20 e poi del vertice «euroasiatico». Su quel tavolo il contenzioso era grosso e complesso, niente di meno che un nuovo assetto dell'economia mondiale che tiri fuori un po' tutti dal buco nero in cui il crash finanziario di due anni fa ci ha portati. Obama è arrivato con un progetto ma se lo è visto respingere da una larghissima coalizione che univa Cina, Germania, Gran Bretagna, Brasile e, in sostanza, quasi tutti gli altri Paesi partecipanti, alleati politici e militari e anche partner commerciali. Il cardine del progetto di Obama (concorde con le misure che sta prendendo e intende prendere la Fed) è uno stimolo alla ripresa considerato più urgente della riduzione dei debiti, attraverso una svalutazione del dollaro. La scelta opposta a quella di molti governi europei e anche, naturalmente, dei repubblicani a Washington. L'opposizione più importante, però, viene dalla Cina che, temono gli altri Paesi, si sta «mangiando il mondo», «stritolandolo nelle mascelle del Dragone».
Messo di fronte a questo muro, Obama ha cercato di aggirarlo offrendo quel che l'America può permettersi oggi di offrire, che è meno del solito. Così l'uomo della Casa Bianca si è abituato ai rifiuti fin dalla prima tappa a Nuova Delhi, dove gli è toccato di sentirsi rimproverare la sua «eccessiva ammirazione» per Gandhi, l'eroe della resistenza pacifica all'oppressione ma poco in sintonia con l'India d'oggi, potenza nucleare che si sente minacciata e chiede invece aiuto per la sua corsa al riarmo. Un'atmosfera così peculiare che, attorno al Mausoleo di Gandhi a Mumbay, la polizia si è sentita in dovere di tagliare tutti i frutti di cocco dagli alberi per evitare che qualcuno potesse tirarli in faccia a Obama. Eccesso di prudenza, probabilmente, nei confronti di un ospite che si apprestava a promettere il pieno appoggio con l'America alla richiesta dell'India di far parte del Direttorio permanente del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Perfino a Giakarta, patria della sua infanzia, la città dove è andato a scuola e dove gli hanno eretto un monumento, Obama ha incontrato ostacoli. Uno politico, l'iniziativa del governo indonesiano di erigere un altro monumento, questa volta al dittatore abbattuto Suharto e uno meteorologico: l'eruzione del vulcano Merapi, che con le sue ceneri rischiava di colpire a morte l'Air Force One. Costringendo così Obama ad accorciare la sua visita. Quasi un anticipo di quel che l'aspetta a Washington al suo debutto come «presidente di minoranza».
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