Il "dolce" museo di miele nato a Sortino

Per la sua dolcezza e per la sua fragranza il prodotto nato nei monti Iblei era famoso in tutto il mondo classico, tanto da essere soprannominato "Il cibo degli dei". Adesso in provincia di Siracusa si può ammirare nella "casa du fascitraru"

PALERMO. Secondo gli storici, la tradizione apistica compare in Egitto oltre 4000 anni fa. Nel Codice di Hammurabi del 1792 a.C. sono stata trovate alcune norme che tutelavano gli apicoltori dal furto delle arnie. Nella terra dei faraoni il miele era simbolo della podestà regale e le api rappresentavano l'emblema del lavoro e della fecondità. In Sicilia, furono i Greci ad introdurre il «cibo degli dei», con proprietà di elisir di lunga vita, utilizzandolo in medicina - per le sue proprietà antibatteriche e cicatrizzanti - nell'alimentazione e nei sacrifici religiosi. I primi studi scientifici a noi pervenuti sono quelli contenuti nella Storia naturale di Aristotele, mentre la legislazione romana reputava res nullius le api che non fossero chiuse in un'arnia. Per la particolare fragranza e dolcezza, il miele dei Monti Iblei era conosciuto in tutto il mondo classico, a tal punto, da essere paragonato a quello ellenico del monte Hymetto, considerato il più pregiato. Le antiche città di Megara e di Ibla Maggiore coniarono delle medaglie con le api; ad Efeso e Rodi circolavano monete con lo stesso motivo, e nel 1130, con Ruggero II, la città di Avola, adottò come stemma municipale, ancora oggi presente, proprio l'immagine di questo insetto sociale. Nella Sicilia orientale la produzione mellifera ha sempre occupato un posto rilevante e quasi tutti i «viaggiatori» ne ricordavano il profumo nelle loro annotazioni.



A Sortino, in provincia di Siracusa, si può visitare «A casa do fascitraru», la Casa-Museo dedicata al miele, che presenta ai visitatori l'interessante mondo delle api, svelando i piccoli e grandi segreti custoditi da questi operosissimi e instancabili insetti. «I mastri fascitrari», gli apicoltori dell'Isola, costruivano sui banchi di lavoro dell'antico laboratorio, le arnie (i fascetri), realizzate con la ferula (câ ferra), caratteristico legno poroso e leggero, ed effettuavano col cestone e il torchio (cô cannisciu e cô conzu) la smielatura dei favi (dê bbrischi) in pura cera. L'esposizione museale presentata non è una semplice e fredda catalogazione di arnesi e utensili della civiltà contadina, ma la fedele ricostruzione storica «dell'ambiente» in cui si lavorava, vanto e segno di benessere familiare.


Oltre alle panciute giare del miele, trovano spazio anche la tipica «carretta» per le transumanze notturne, ’u fucularu, nella cui acqua bollente si lavava la cera, i depositi di rocchetti, appoggiati in alto sulla parete e le lunghe verghe di mandorlo selvatico, di olivastro, di mirto e di bagolaro. La «Casa Museo dell'apicoltura tradizionale» - promossa nell'ambito delle iniziative del Museo Comunale, sezione di Etnologia - è unica nel suo genere nel bacino del Mediterraneo. Oggetto di studio dei ricercatori di molte università è patrocinata dal Comune di Sortino, che, dal marzo 2002, fa parte dell'Associazione Nazionale «Le Città del Miele». Le nuove generazioni, in particolare, due nipoti di antichi apicoltori, Vincenzo Bombaci e Mario Cannamela, hanno rilanciato la cultura di questo «bene soave», non solo come fonte di sostentamento economico, ma soprattutto come modello di cooperazione sociale. Le api infatti vivono in comunità (fino a cinquantamila insetti); la maggior parte sono «operaie» a capo delle quali c'è la «regina», l'unica femmina fertile, dall'addome più lungo e voluminoso, che dedica la sua vita alla deposizione delle uova, (circa duemila al giorno), e che si nutre esclusivamente con pappa reale.
Le api operaie condividono lo stesso patrimonio genetico, sono dunque sorelle, e vivono in completa armonia dedicando la loro esistenza alla famiglia, occupandosi dell'allevamento della covata, del restauro e della costruzione di nuove cellette per le scorte di miele, della raccolta del nettare e del polline, della difesa. Tutto in funzione di un progetto comune. Il cibo degli dei prodotto nella zona iblea era paragonato a quello del monte Hymetto1. Uno scorcio della stanza dove si lavorava il miele.

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