I tanti misteri dietro le quinte della mafia

«In certi momenti questi mafiosi mi sembrano gli unici esseri razionali in un mondo popolato da folli. Anche Sciascia sosteneva che in Sicilia si nascondono i cartesiani peggiori».
Questa frase di Giovanni Falcone campeggia nel libro di Enrico Bellavia, Un uomo d'onore (Bur Rizzoli). L'autore è un giornalista impegnato nella lotta alla criminalità organizzata ed ha pubblicato numerosi libri su questi temi. In questo nuovo lavoro ha raccolto le testimonianze del boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, arrestato nel 1985, in Inghilterra. È tornato in Italia dopo 11 anni di prigione da «pentito», cioè da collaboratore di giustizia. Aveva però prima scontato del tutto la sua pena prima di decidere di collaborare. L'autore lo ha tallonato per molto tempo («con delle lettere che mi venivano recapitate in maniera rocambolesca», poi con degli sms e, infine, con una lunga serie di incontri, in cui sono emerse le storie di tante vicende di Cosa Nostra). Di Carlo è stato molto vicino a Riina e Provenzano e successivamente anche a Bernardo Brusca e Michele Greco; è stato protagonista, confidente e testimone di fatti e misfatti mafiosi. Ha testimoniato in molti processi di mafia, dando un contributo importante per ristabilire la verità sui tanti omicidi, le estorsioni e le stragi. La sua profonda conoscenza degli intrecci di Cosa Nostra con i servizi segreti e settori della politica non sempre però lo hanno reso credibile. Infatti, le sue testimonianze, in diversi casi, sono state giudicate «pilotate» per obiettivi politici che non hanno trovato riscontri obiettivi nelle inchieste della magistratura. Forse è questo il vero limite di questo libro: quello di scambiare per «verità» testimonianze di un criminale, anche se «pentito».
Di mafia si occupa anche Alfio Caruso, un giornalista catanese notissimo, autore di numerosi romanzi e di libri politici e sulla criminalità. L'ultimo lavoro lo ha pubblicato Longanesi (Milano ordina: uccidete Borsellino). Sono passati 18 anni da quella strage, in cui vennero massacrati il giudice Borsellino e i cinque agenti della scorta, ma ancora oggi non si sa chi ha azionato il telecomando. Da quel 19 luglio 1992 buona parte delle domande sono rimaste senza risposte, nonostante i tanti «pentiti». Ad esempio: in che modo è sparita l'agenda rossa nella quale il magistrato segnava appuntamenti, riflessioni, ipotesi di lavoro? Dove si trovava il misterioso uomo che ha azionato il telecomando? Che ruolo hanno avuto i servizi segreti? E gli inquirenti, perché hanno sbagliato? Infatti, le rivelazioni di Spatuzza hanno sbugiardato la versione ufficiale della strage, su cui si erano basati tre processi, con 47 condannati. L'autore rilegge atti, testimonianze e documenti riservati arrivando alla conclusione che l'ordine di uccidere sia Falcone che Borsellino era partito da Milano, da oltre 20 anni vera capitale di Cosa Nostra.
Di questi stessi temi, si occupano anche due altri giornalisti, noti «mafiologi» Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, nel libro L'agenda nera della seconda Repubblica (Chiarelettere). La tesi è identica a quella di Caruso, la verità su Via D'Amelio è ancora lontana. Perché? Per i falsi pentiti? Per gli errori dei magistrati inquirenti? O per altre ragioni? Anche questi due giornalisti ripercorrono le tappe più significative di 18 anni di inchieste giudiziarie, con le mistificazioni e gli errori commessi. Se vogliamo semplificare possiamo affermare che, alla fine, vi è molto fumo e poco arrosto, con pochi riscontri oggettivi. Tutto questo ha finito col favorire la fuga di illazioni, deduzioni fantasiose, alimentando la ricerca di «rivelazioni» finalizzate a disegni politici, che nulla però hanno a che vedere con l'autentica verità. Questi libri sono sicuramente utili, fanno riflettere, riproponendo fatti, dati e testimonianze, ma spesso si tratta di dossier incompleti e con finalizzazioni ideologiche e politiche.
Di mafia, ma soprattutto di ’ndrangheta, si occupano anche i ricercatori universitari. Uno di questi, Mario Casaburi (docente all'Università di Catanzaro), ha pubblicato una ricerca molto approfondita (Borghesia mafiosa, edizioni Dedalo) che analizza le ragioni profonde della straordinaria crescita economica dell'organizzazione criminale calabrese. In particolare, si ricostruiscono le cause storiche, economiche, sociali e culturali della ’ndrangheta, dalla nascita alla sua ramificazione nel resto d'Italia e all'estero. Di particolare interesse il contributo di Emilio Ledonne, procuratore generale di Bologna e uno dei massimi esperti di criminalità organizzata.

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