Fini-Berlusconi, crisi senza ritorno

È chiaro che il duello tra i due cofondatori del Pdl, in corso ormai da sei mesi e condotto spesso senza esclusione di colpi, è entrato nella sua fase conclusiva

La fase in cui Berlusconi e Fini cercavano di passarsi vicendevolmente il cerino della crisi è finita. Con il discorso di Perugia, il presidente del Fli ha varcato il Rubicone, sfiduciando di fatto il governo, mettendo le premesse per il ritiro dei suoi ministri e sottosegretari dall’esecutivo e invitando perentoriamente il premier a dimettersi in funzione di un allargamento della maggioranza all’Udc, di un cambio dell’agenda e addirittura di una modifica della legge elettorale. Il tutto condito con toni talmente sprezzanti nei confronti di Berlusconi e dei suoi ministri, con attacchi così brutali alla Lega e anche con una tale sicumera («Siamo politicamente determinanti per la sorte del governo e il futuro dell’Italia»), che non poteva ragionevolmente aspettarsi che un secco rifiuto da parte del presidente del Consiglio.
Accondiscendere alle richieste di Fini avrebbe comportato per lui non solo aprire una crisi al buio, non solo una specie di umiliante resa incondizionata, ma anche una rottura con gli alleati della Lega. Infatti, nel giro di un’ora, Berlusconi ha fatto sapere che se Fini ritiene che il governo sia arrivato a fine corsa, gli deve fare mancare i suoi voti in Parlamento.
Quando Fini si deciderà a farlo rimane da vedere, ma è chiaro che il duello tra i due cofondatori del Pdl, in corso ormai da sei mesi e condotto spesso senza esclusione di colpi, è entrato nella sua fase conclusiva e non ha più possibilità di ritorno. «È completamente fuori dalla logica delle cose possibili che il centro-destra si ricompatti a sostegno di un programma superato» è stata una delle frasi chiave del discorso. Il primo passo dovrebbe essere ora l'uscita dei finiani dal governo e, salvo ulteriori colpi di scena, il famoso appoggio esterno, che peraltro potrebbe venire meno ogni qualvolta arriverà al voto un provvedimento sgradito al Fli, o addirittura quando Berlusconi effettuerà il necessario rimpasto. Dal momento che, oggi come oggi, un voto di sfiducia sulla legge finanziaria o sulla giustizia porterebbe, quasi inevitabilmente, a nuove elezioni per cui non è ancora pronto e di cui gli sarebbe attribuita la colpa, è peraltro possibile che Fini temporeggi, magari in attesa di quella implosione del Pdl che, nel suo discorso, ha dato quasi per sicura («La pagina di Berlusconi e del Pdl si è chiusa, o si sta chiudendo. Noi ci poniamo oltre il Pdl»). Bisogna dire che, nel suo discorso - e in una intervista rilasciata la vigilia a un giornale tedesco - non ci sono vistose aperture a sinistra, che potrebbero aprire le porte a un governo di transizione, ma piuttosto una specie di tentativo di ipotecare la guida di una nuova destra, intrisa dei valori morali e patriottici che il Pdl avrebbe smarrito.
Forse un po' esaltato dall'accoglienza di una folla superiore alle aspettative, Fini - in politica da 35 anni! - non ha esitato a presentarsi come un rinnovatore, quasi come un potenziale salvatore della patria. Ma, nella foga del discorso, ha fatto anche qualche scivolone. Chiamare «semplicemente una vergogna» una legge elettorale che lui stesso ha votato con convinzione è uno. Accusare il Pdl di essere uno dei partiti più retrogradi d'Europa in materia di immigrazione e d'accoglienza quando la legge che regola tuttora la materia porta anche il suo nome è un altro. Atteggiarsi a campione della legalità e della rettitudine e accusare il resto del Pdl di decadenza morale e di «perdita di decoro» è un terzo, particolarmente grave da parte di chi non ha ancora fornito risposte soddisfacenti sugli scandali della casa di Montecarlo e dei contratti Rai procurati alla suocera. E anche l'ostinato rifiuto a dimettersi da presidente della Camera, dopo una presa di posizione così netta contro coloro che lo hanno eletto è ormai inaccettabile per la maggioranza.
Qualunque cosa succeda nelle prossime settimane, Perugia rappresenta uno spartiacque per la politica italiana, non solo per il discorso di Fini, ma anche per la coreografia dell'evento, per gli eccessi verbali dei vari Bocchino e Barbareschi, per la manifesta volontà delle truppe del Fli di seppellire il Pdl. Parlare, come fa qualcuno, di Terza Repubblica è probabilmente prematuro, ma una fase della Seconda si è certo conclusa.

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