Berlusconi in equilibrio tra Fini e il Colle

Non era rivolta soltanto a Gianfranco Fini la proposta sul 'patto di legislatura' avanzata da Berlusconi. C'era un secondo destinatario occulto, ma non troppo: il capo dello Stato. Perché tutti continuano ad esorcizzare le elezioni anticipate nei superiori interessi del Paese, ma pochi si muovono davvero per evitarle. L'altro giorno Futuro e Libertà si è unito all'opposizione non per batterla sul processo breve, assai caro a Berlusconi e uscito da tempo dalla discussione. L'ha battuto su un delicato problema di bilancio, rafforzando così la tesi di Giulio Tremonti, da sempre favorevole al voto anticipato, che non può presentarsi in Europa senza avere alle spalle una maggioranza che lo copra sui conti. Fin dal mese di agosto, Berlusconi aveva annunciato di rilanciare l'azione di governo su cinque punti essenziali: fisco, giustizia, federalismo, Mezzogiorno, sicurezza. Su questi punti ,alla fine di settembre, il governo ha ricevuto la fiducia più ampia dell'intera legislatura. Ma dal punto di vista politico si trattò di una fiction. Nel mese di ottobre, infatti, Fini disse tra l'altro che sarebbe stato inaccettabile mettere i pubblici ministeri alle dipendenze dell'esecutivo (come avviene peraltro, con formule diverse, in tutto il mondo occidentale). Opinione assolutamente legittima, viste le tradizioni italiane. Il problema è che Fini era l'unico ad avere in mano non la bozza del provvedimento che prima o poi dovrà essere portato in consiglio dei ministri, ma addirittura l'articolato nel quale non c'è una sillaba che faccia pensare a un orientamento del genere. Dunque? Perché accade questo? Perché dagli uomini più duri della sua cintura pretoriana non c'è sera in cui non arrivi nei telegiornali una dichiarazione di dissenso? Perché 'Il Secolo' batte ogni giorno contro il governo assai più dei giornali di opposizione? Quanto potrà durare una situazione del genere?
La parola è a Fini, chiamato domani a Perugia a pronunciare un discorso fondativo del suo nuovo partito e al tempo stesso a rispondere a Berlusconi che ancora pochi giorni fa, a una mia domanda sulle prospettive future di alleanza tra il PdL e il Fli, ha risposto con un sorprendente «in politica mai dire mai». I parlamentari che hanno scelto di andare con lui sono molto divisi: le «colombe» dicono che più di tanto Berlusconi non poteva fare e dunque Fini dovrebbe approfittare della mano tesa, i «falchi» vogliono invece la rottura. È probabile che Fini continui ancora a «picchiare senza uccidere», come diceva ieri sera un alto dirigente di An rimasto con Berlusconi. Nei colloqui privati il presidente della Camera sostiene che il Cavaliere è finito e bisogna mandarlo a casa. Già, ma come? E con quale prospettiva?
È vero che il terrore di elezioni anticipate potrebbe indurre al momento decisivo alcuni senatori del PdL a passare col Fli. Ma se la sentirebbe il capo dello Stato di autorizzare un governo retto da una fragile maggioranza numerica e non politica? Un governo d'emergenza senza i vincitori delle elezioni? Obiettivo primario del nuovo governo sarebbe una nuova legge elettorale. Già, ma i tecnici parlamentari sostengono che la nuova maggioranza non avrebbe l'agibilità politica per far passare al Senato la legge: anche depotenziato, il gruppo senatoriale del Pdl, insieme con quello della Lega, riuscirebbe a sabotarla, mentre l'Italia sarebbe invasa dalle manifestazioni di protesta contro il ribaltone. Si ha dunque la sensazione che la «fretta democratica» di cacciare a ogni costo il Cavaliere da Palazzo Chigi non sia sostenuta da una strategia politica chiara, coerente e lungimirante. Che Dio c'assista.

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