Elezioni Usa, uno tsunami per i democratici

I meteorologi della politica avevano previsto per il primo test elettorale del dopo Obama, una valanga. Adesso che hanno registrato e letto i risultati tendono a definirli "tsunami". Non è una revisione da poco, né soltanto di dimensioni. Il successo dell'opposizione repubblicana era previsto da almeno un anno e più o meno in queste dimensioni.
Il partito di Obama ha perduto la maggioranza alla Camera e una sessantina di seggi, massimo spostamento dal 1948, ma ha salvato per il rotto della cuffia il proprio controllo sul Senato. Niente di inatteso, in superficie. Ma a consegnare alla storia questa tornata elettorale di "medio termine" non sono tanto i numeri, quanto l'emergere esplicito delle diverse e principali correnti, già forti ma confuse quando sotterranee e molto più evidenti ora che sono venute in superficie.



È stato in primo luogo e ce lo si aspettava, un voto di protesta non contenibile nella classica alternanza tra i due partiti storici d'America. Lo tsunami ha investito e devastato il Partito democratico, ma non come conseguenza di una ondata di entusiasmo per il Partito repubblicano. Al contrario, la maggioranza degli elettori ha dato un identico voto di insufficienza agli uni e agli altri e addirittura ha indicato non in Barack Obama ma in George W. Bush il principale responsabile del disastro economico. Se gli elettori hanno punito Obama è stato non perché lo ritengano responsabile della crisi ma perché condannano le ricette con cui egli ha tentato di curarla e che, secondo almeno metà degli americani, sono sbagliate e hanno aggravato il male. Le cifre in questo caso parlano chiaro: tre cittadini su quattro sono andati alle urne convinti che l'America è in cattivo stato, addirittura nove su dieci che le sue condizioni economiche sono cattive. La preoccupazione dominante è la disoccupazione, che eclissa tutti gli altri argomenti che normalmente valuta chi si avvia alle urne. La riforma della sanità (quella in cui Obama ha investito tanto del suo enorme capitale di fiducia iniziale) è giudicata negativamente dai più, ma soprattutto è considerata di scarsa importanza.



L'immigrazione che è stata dibattuta con tanta urgenza ed acredine (comprese le leggi speciali promulgate dallo Stato dell'Arizona) interessa in realtà appena otto cittadini su cento. E alla guerra in Afghanistan (da cui Obama si sforza di tirare fuori l'America senza lederne l'onore di Grande Potenza) pensano anche in meno: un americano su quattordici.
A muovere le acque dello tsunami è stato in misura determinante la presenza, o la creazione ad hoc, di una nuova forza politica normalmente al di fuori di sopra dei partiti, il Tea Party, una "sigla" vergine per incanalare il risentimento, una forza ancora in gran parte informe ma proprio per questo più attraente. Il Tea Party non ha leaders né strutture e contiene una forte carica libertaria: ha portato in Senato due "esordienti" con parecchio futuro, il cubano-americano Marco Rubio in Florida e, in Kentucky, Rand Paul, figlio di Ron Paul, eletto alla Camera nel Texas e leader storico del Partito Libertario, candidato alla presidenza del 2008 con un programma che includeva l'abolizione dell'imposta sul reddito e la chiusura della Cia e delle basi militari Usa all'estero.



Non tutto il Tea Party la pensa così, non sempre quelli del Tea Party la pensano come i repubblicani: li hanno aiutati a vincere ma in diversi Stati ne sono divisi da forte rivalità. Dirà il futuro se si avviano a una fusione o invece alla fondazione di un terzo partito.
Per ora l'alleanza ha funzionato con risultati rovinosi per i democratici, il nemico comune. Non solo in Congresso, ma anche negli Stati, dove una vera ventata ha consegnato ai repubblicani dieci nuovi governatorati e ben sedici parlamenti locali. Tra le vittime più illustri Nancy Pelosi, che ha perduto la presidenza della Camera. Si è salvato invece il leader democratico al Senato, Harry Reid, la cui posizione nel partito si è ulteriormente rafforzata.



In controtendenza sono due Stati-gigante, la California e New York. La prima è passata dal repubblicano Schwarzenegger al democratico Jerry Brown, di ritorno al potere dopo un quarto di secolo; il secondo con Andrew Cuomo, anch'egli figlio di governatore, che ha prevalso in un duello tutto italiano con Carl Paladino, un "populista" che ha esagerato nella coloritura del suo ruolo fino a prendere in prestito frasi di famosi gangster della realtà e dello schermo. Ma i conti si fanno in Congresso e vincitori e vinti concordano nel sottolineare la gravità del momento.



La detronizzata Nancy Pelosi parla della necessità di "salvare la classe media americana dalla peggiore catastrofe economica dal tempo della Grande Depressione", l'uomo che ha preso il suo posto, John Boehner, ammette che "non è il momento di festeggiamenti, mentre uno su dieci dei nostri concittadini è disoccupato e stiamo seppellendo i nostri figli sotto una montagna di debiti" Boehner si è subito messo in contatto con Obama e si impegnano a lavorare insieme, con urgenza.
Non sarà facile, anche perché altri repubblicani la pensano diversamente. Il loro leader in Senato, Mitch McConnell, ha dichiarato in una intervista che "il nostro principale obiettivo è che Obama non sia rieletto".

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