Mafia, centri commerciali e case i nuovi business

L'allarme della Corte dei conti nella relazione che chiude l'indagine di controllo sulla "Gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata". Investimenti sempre più al nord e all’estero,così le confische sono sempre più difficili

ROMA. La costruzione di centri commerciali, ma anche, approfittando della crisi, il mercato immobiliare: sono i nuovi business della criminalità organizzata, che resta radicata soprattutto al Sud ma che ormai ha esteso i suoi interessi al Nord Italia e "ancor più oltre confine"; tanto da poter parlare di una sua "extraterritorialità", che unita al ricorso a reti "fittissime" di prestanome, renderà la confisca dei beni dei clan una "chimera". A lanciare l'allarme è la Corte dei conti nella relazione che chiude l'indagine di controllo sulla "Gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata".
Le attività economiche in cui la criminalità organizzata investe con maggior frequenza sono quelle "edilizie, immobiliari, commerciali e la grande distribuzione", segnala la Corte. "Il più aggredito" è il settore edilizio "poiché permette di investire e riciclare somme ingenti con una certa facilità"; e visto che "la quantità di capitale fisiologicamente richiesta dalle imprese edilizie è molto elevata", si abbatte il costo del personale, "ricorrendo a caporalato e lavoro nero".
Il campo immobiliare "fa da sponda naturale agli investimenti nelle costruzioni, creando una rete che va dalla produzione alla vendita del bene". E le organizzazioni criminali "hanno sfruttato il periodo di profonda crisi dei mercati finanziari attaccando" proprio questo settore che "in questo periodo, ha rafforzato il suo ruolo di rifugio sicuro per gli investimenti".
Quanto al commercio, "permette alle organizzazioni criminali di operare in maniera più rapida e meno evidente: i proventi illeciti riciclabili in quest'ambito compaiono, in molti casi, inferiori rispetto agli stessi rilevati negli altri settori evidenziati; tuttavia, l'apertura di esercizi commerciali avviene spesso a nome di soggetti terzi compiacenti non immediatamente riconducibili ad esponenti della criminalità".
In questo settore l'attenzione è puntata alla grande distribuzione che "consente di investire in noti franchising grandissime quantità di denaro, che diventa difficilmente rintracciabile e riconducibile alle mafie"; e i proventi illecitamente accumulati "non sono utilizzati solamente nel comparto strettamente commerciale della grande distribuzione ma, anche, nella costruzione di centri commerciali e strutture affini".
Negli ultimi anni la criminalità organizzata "ha sviluppato tecniche più raffinate relative all'occultamento dei beni, attraverso reti, spesso fittissime, di prestanome", rileva la Corte. E inoltre "non investe solo nella propria terra di origine e, pur essendo il numero delle aziende confiscate al sud pari circa il quadruplo di quelle confiscate al nord, si rileva una tendenza crescente all'espansione dei propri interessi verso quest'area del paese e, ancor più, oltre confine". Un'"extraterritorialità" che "fa sì che le confische dei beni diventino sempre più complesse", visto che "spesso" di uno stesso bene sono comproprietarie più persone: "maggiore è il  numero dei cointestatari e maggiore sarà la quantità dei processi da eseguire - notano i giudici contabili-; più cause dovranno essere svolte e, conseguentemente, il termine per giungere alla confisca si presenterà come una sorta di chimera".

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