Sicilia, Editoriali

I conti e la sfiducia degli italiani

I fatti economici e la politica: confesso che diffondere quotidianamente notizie sgradevoli sui fatti dell'economia è ormai divenuto un compito noioso per il loro continuo ripetersi. L'ultima notizia da scegliere, tra le tante a disposizione, ci informa su un evento di portata strutturale che merita tutte le sottolineature possibili per la sua gravità. Una recente ricerca di Mediobanca sul rapporto tra gli italiani e il risparmio ci fa sapere che il valore della capitalizzazione di borsa del nostro mercato azionario è sceso radicalmente nell'ultimo decennio con una velocità di quasi tre volte superiore a quella delle altre economie più mature. In termini dimensionali la Borsa italiana è passata in un decennio dall'ottavo al ventesimo posto nella classifica mondiale. Ci dice anche che gli italiani hanno una fiducia sempre minore nei titoli di stato del proprio paese che sono passati nell'ultimo decennio dal 93% al 45% del portafoglio detenuto. Entrambi i fatti rispondono ad una logica comune. La maggioranza degli italiani considera ormai il proprio al pari di un paese in via di sviluppo dall'economia traballante e preferisce investire i risparmi in titoli azionari e obbligazionari esteri, con la netta prevalenza dei bund tedeschi. Tenuto conto di questa situazione, che pare a dir poco difficile, occorre porsi alcune domande che riguardano la politica.
La necessaria intransigenza di Tremonti nella difesa della stabilità dei conti pubblici è stata duramente contestata dagli altri ministri i quali, come riferiscono le cronache, pretendevano di ottenere qualche deroga per aumentare la spesa. Se si tiene conto dei tagli alla spesa pubblica decisi recentemente in Gran Bretagna, un paese che certamente stà meglio dell'Italia, è lecito chiedersi se questi ministri siano più ignoranti che irresponsabili. La risposta è che lo sono in pari misura. La seconda domanda riguarda l'annunciata riforma fiscale che ben difficilmente potrà fare a meno di una paventatissima imposta patrimoniale non potendo far conto sugli introiti della lotta all'evasione. E' evidente che anche a causa degli esempi di illegalità diffusa provenienti dalla maggior parte della classe politica gli italiani siano indotti ad assumere comportamenti analoghi nel rapporto fiscale. Se una classe politica fa di tutto per screditare lo Stato, non può pretendere di chiederne il rispetto da parte dei cittadini. La lotta all'evasione potrà avere anche qualche parziale successo ma risulterà impari rispetto a un fenomeno in costante crescita.
Se la riforma fiscale non potrà far conto sugli introiti della lotta all'evasione, la patrimoniale servirà per alleggerire il carico fiscale delle imposte sul reddito sui ceti più deboli nel tentativo di stimolare la domanda interna per consumi e investimenti. Uno scenario catastrofico? Non proprio, dal momento che i più avveduti economisti ne parlano da tempo e danno per scontata questa soluzione. Uno scenario che comporta una qualche conseguenza nella stabilità sociale? Nessuna.
I dipendenti e gli autonomi che non possono sfuggire all'imposizione fiscale non hanno alcuna voce in capitolo. Urlano al vento, e sono impotenti di fronte ad un'illegalità dilagante sostenuta dall'esempio di molti politici. Una perversa comunione di interessi che ci trascina sempre più in basso nelle classifiche mondiali, scoraggia gli investimenti esteri e allontana dall'Italia le risorse più pregiate.
Cresce l'amarezza di tutti coloro che vedono un paese sempre più incapace di reagire mentre altrove, come in Gran Bretagna, un'intera dirigenza politica è stata sostituita da una generazione di leader quarantenni che possono permettersi di rischiare l'impopolarità per cambiare in meglio il futuro del proprio paese. fondi@gds.it

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